1)- Il “Progetto Francesca da Rimini”,  che da oggi comincia a prendere forma come fiore all’occhiello del sito Dantepoliglotta, è dedicato a uno dei personaggi femminili che hanno maggiormente ispirato artisti, poeti e drammaturghi di tutto il mondo.

Il cuore del progetto è costituito da un numero considerevole di “voci” di Francesca da Rimini:  tante quante sono le lingue e i dialetti in cui sono stati tradotti i versi in cui essa parla, nel quinto canto dell’Inferno.  Ovviamente ci sarà anche la voce italiana di Francesca, quella che ci viene offerta dai versi originali di Dante.  Chi visiterà il sito potrà quindi non soltanto leggere il testo di ciò che dicono le varie “voci” di Francesca, ma anche ascoltarle nelle rispettive lingue attraverso altrettante letture registrate.

Per il momento le letture registrate disponibili sono ancora un numero limitato.  C’è ancora molto lavoro da fare.  Chi desiderasse partecipare attivamente al progetto, prestando la propria voce per le letture ancora da inserire, può informarsi su come fare cliccando sull’annuncio “Stiamo cercando voci per Francesca in tutte le lingue”.

Il Progetto Francesca vuole essere anche un contributo sui generis alla battaglia culturale contro la violenza sulle donne: [1] non solo su quelle che vengono uccise tout court, ma anche su quelle che subiscono altre vessazioni, tipo – appunto – essere indotte con l’inganno a sposare un Malatesta brutto e cattivo facendogliene vedere uno bello e buono.  Francesca è il classico esempio di questo tipo, dato che era stata indotta a sposare per procura Gianciotto Malatesta, brutto e sciancato, facendole credere che stava sposando Paolo Malatesta, fratello minore di Gianciotto, che era invece un gran bel ragazzo.  Come era potuto succedere?  Semplice:  lasciando credere alla povera ragazza che Paolo fosse presente alla cerimonia come suo promesso sposo, mentre invece era lì solo come rappresentante “per procura” di suo fratello maggiore.

Probabilmente Paolo si era prestato a far parte della trama solo perché i fratelli minori, nelle grandi famiglie dell’epoca, contavano come il due di picche e dovevano solo ubbidire. Sta di fatto, comunque, che per Francesca e Paolo, data la situazione, il fatto di innamorarsi fra loro e di trarne tutte le conseguenze del caso non era altro che un sacrosanto diritto.  E questa non è solo la nostra opinione, ma sembra che fosse anche, sotto sotto, l’opinione di Dante, data la grande pietà e comprensione che il poeta dimostra nei confronti della coppia di amanti quando li incontra nel canto quinto dell’Inferno.

La storia di Francesca da Rimini, che si conclude con il suo assassinio per mano del suo cattivo marito Gianciotto, si presenta dunque come un esempio da manuale di violenza sulle donne.  Che poi, alla resa dei conti, sia rimasto ucciso anche il bel Paolo, beh, possiamo dire che si è trattato del classico incidente di percorso.

Va detto che Dante, nonostante la sua severità nei confronti della Chiesa di Roma e dei suoi peccati, era pur sempre un uomo profondamente religioso, quindi non poteva evitare di collocare tra i dannati i due sventurati giovani, come la morale cattolica gli imponeva.  Ma è significativo che egli li abbia collocati nel cerchio dei lussuriosi, là nell’alto inferno al confine con il Limbo, dove i peccatori sono sottoposti a una punizione relativamente blanda:  essere perennemente trascinati per l’aria dalla bufera infernale, che altro non è se non un vento particolarmente impetuoso. Tanto più che a loro due è eccezionalmente consentito di farsi trascinare dalla bufera stando abbracciati perennemente l’un con l’altra:  una punizione che molti non disdegnerebbero affatto.

2)- Questa Introduzione al Progetto Francesca prende le mosse dalla vicenda storica dei due amanti e si sofferma poi su alcune tra le più note rappresentazioni artistiche di quella vicenda, spaziando dai versi di Dante del quinto canto dell’Inferno alla tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio e agli omonimi capolavori musicali di Pëtr Il’ič Čajkovskij, di Sergej Vasil’evič Rachmaninov e di Riccardo Zandonai.

Quanto alla vicenda storica del rapporto d’amore e morte tra Paolo e Francesca, le cronache dell’epoca sono molto avare. Evidentemente le due potenti famiglie coinvolte nel fattaccio – i Polenta di Ravenna e i Malatesta di Rimini – sono riuscite a fare in modo che le notizie su quegli eventi restassero molto riservate.  E se oggi sappiamo qualcosa in più, rispetto a quanto ci racconta Dante Alighieri nei suoi versi, lo si deve a una ricostruzione più particolareggiata fatta da Giovanni Boccaccio intorno al 1370, nel suo commento alla Divina Commedia, [2] dove egli rivela i retroscena del matrimonio di convenienza fatto per procura e dell’inganno malvagio perpetrato ai danni di madonna Francesca.

Francesca da Polenta (questo il vero nome della ragazza) era figlia di Guido il Vecchio da Polenta, signore di Cervia e di Ravenna, il quale ci teneva moltissimo a sancire e rafforzare un’alleanza che aveva stretto con la signoria dei Malatesta di Rimini. Ecco perché voleva così fortemente il matrimonio di sua  figlia con Giovanni Malatesta, detto Gianciotto (cioè Giovanni lo zoppo), figlio primogenito di Malatesta da Verucchio, patriarca di quella famiglia. Il vecchio Guido si rendeva ben conto che questo Gianciotto, brutto e zotico com’era, avrebbe fatto inorridire la bella Francesca, ma secondo lui la ragion di Stato doveva avere il sopravvento. E quindi, brutto o no,  bisognava escogitare un espediente per costringere Francesca a sposarselo.

Invano la mamma di Francesca, con il buon senso tipico delle mamme, avrà cercato di intercedere per la povera figliola e di dissuadere il marito:  «Guido, ma tu hai visto che tesoro di ragazzo distinto che è quel Paolo?… Educato, poi… Gentilissimo!…  Invece quell’altro… non so… mi sembra anche un po’ sporchino… Senti, e se le facessimo sposare Paolo? Non sarebbe la stessa cosa per l’alleanza?».

Ma Guido, niente, irremovibile.

E il perché ce lo spiega proprio Boccaccio:  «Era Gianciotto uomo di gran sentimento, e speravasi dover lui dopo la morte del padre rimanere signore; per la qual cosa, quantunque sozzo della persona e sciancato fosse, il disiderava messer Guido per genero piú tosto che alcuno de’ suoi frategli».

E poi si è messo in mezzo il classico amico di famiglia carogna. Sappiamo bene che moltissime famiglie potenti hanno un amico carogna che sa dare preziosissimi consigli crudeli e perversi. Evidentemente ne aveva uno anche la famiglia Polenta.

Anche in questo caso veniamo informati da Giovanni Boccaccio, il quale ci dice che fu «alcuno degli amici di messer Guido» (di cui però non fa il nome) a suggerirgli il bieco sotterfugio:  «se ella [Francesca] vede Gianciotto, avanti che il matrimonio sia perfetto, né voi né altri potrà mai fare che ella il voglia per marito». Ed ecco subito dopo il consiglio farabutto:  «che qui non venisse Gianciotto ad isposarla, ma venisseci un de’ frategli, il quale come suo procuratore la sposasse in nome di Gianciotto».

Poi Boccaccio racconta che Francesca, vedendo Paolo e credendo di sposare lui, se ne innamorò.

E ancora racconta «che essa vide la mattina seguente al dí delle nozze levare da lato a sé Gianciotto: di che si dee credere che ella, vedendosi ingannata, sdegnasse, né perciò rimovesse dell’animo suo l’amore già postovi verso Paolo».

E infine racconta del doppio omicidio consumato da Gianciotto, aggiungendo che «furono poi li due amanti con molte lacrime, la mattina seguente, seppelliti e in una medesima sepoltura».

Questo epilogo sanguinoso, secondo gli studi storici più recenti, è collocabile intorno all’anno 1284, poco dopo il ritorno di Paolo Malatesta a Rimini da Firenze, dove era stato mandato come Capitano del Popolo da Papa Martino IV e dove forse (ma questo non è affatto certo) Dante aveva avuto occasione di incontrarlo.

3)- La storia di Francesca e Paolo, così ricostruita attraverso i versi sublimi di Dante e il commento sapiente di Boccaccio, ha ispirato nei secoli successivi innumerevoli artisti.

In questa introduzione al Progetto Francesca noi ci soffermeremo in particolare sulla tragedia in cinque atti Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), la quale, oltre ad essere un’opera di grande poesia, racconta l’intera storia della coppia e quindi si presta ad essere letta in parallelo con i versi di Dante. [3] In un certo senso D’Annunzio, avendo presente il Commento di Boccaccio, ha reso poeticamente gli antefatti che Dante ha lasciato nell’ombra e che precedono la lettura del libro galeotto e il famoso bacio. [4]

La Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio fu dedicata dal poeta alla “divina” Eleonora Duse e venne rappresentata per la prima volta il 9 dicembre 1901 al Teatro Costanzi (l’attuale Teatro dell’Opera) di Roma, protagonista la grande attrice.

Leggendo questa Introduzione, nella quale sono riportati alcuni dei brani più significativi della tragedia dannunziana, [5] si potranno ascoltare delle musiche che intendono costituirne, in un certo senso, la colonna sonora. Sono brani di un poema sinfonico di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840-1893) e di due opere liriche, rispettivamente di  Sergej Vasil’evič Rachmaninov (1873-1943) e di Riccardo Zandonai (1883-1944).  I tre capolavori musicali  hanno tutti lo stesso titolo Francesca da Rimini.

La fantasia sinfonica di Čajkovskij, in Mi minore, fu composta nel 1876 e fu eseguita in prima assoluta a Mosca il 25 febbraio 1877 sotto la direzione di Nikolaj Rubinštein.

L’opera di Rachmaminov, in un prologo, due quadri e un epilogo, fu composta nel 1905 e fu eseguita per la prima volta il 24 gennaio 1906 al teatro Bolshoi di Mosca, diretta dallo stesso Rachmaninov.  Tra i personaggi, oltre a Francesca, Paolo e Gianciotto (qui chiamato Lanciotto), vi sono anche Dante e Virgilio.

L’opera lirica di Zandonai, in quattro atti, su libretto costituito da una riduzione della tragedia di D’Annunzio (quindi piuttosto fedele al suo testo teatrale), fu rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino il 19 febbraio 1914, protagonista la soprano Linda Cannetti, direttore d’orchestra Ettore Panizza.

4)- Il primo atto della tragedia di Gabriele D’Annunzio si svolge nel Palazzo della famiglia da Polenta a Ravenna, dove abita appunto Francesca da Polenta. Nelle prime pagine ci sono le dame di compagnia di Francesca che si dilettano con il giullare, un giovane che gira tra i palazzi patrizi di Romagna per guadagnarsi da vivere offrendo i suoi servigi ai vari signori.

A un certo punto arriva Ostasio, l’antipaticissimo fratello maggiore di Francesca, accompagnato dal notaio Ser Toldo:  i due sono i perfidi organizzatori del matrimonio per procura che costringerà con l’inganno Francesca a diventare moglie del brutto e cattivo Gianciotto, primogenito della famiglia Malatesta di Rimini, matrimonio combinato tra i Polenta e i Malatesta, guelfi gli uni e gli altri, per meglio allearsi tra loro nelle relative faide contro i loro rispettivi nemici ghibellini (i Traversari, nemici dei Polenta, e i Parcitadi, nemici dei Malatesta).

Appena arriva tra le dame di Francesca, Ostasio maltratta il giullare, temendo che possa sapere e rivelare alle donne l’inganno tramato ai danni della sventurata giovane, e quindi che possa fare arrivare alle orecchie di Francesca – o di sua sorella Samaritana – che il bel Paolo Malatesta, che Francesca vedrà e dovrà credere che sia il suo promesso sposo, in realtà è già sposato con una certa signora Orabile e interviene alla cerimonia solo in rappresentanza del vero sposo e suo fratello maggiore Gianciotto.

Dopo di che Ostasio e Ser Toldo dialogano tra loro a proposito del loro piano perverso e crudele, che prevede addirittura che Francesca si avveda dell’inganno la mattina dopo le nozze, ritrovandosi nel letto l’orrido Gianciotto al posto del bel Paolo:

OSTASIO.
Or quel gaglioffo
cianciava con le donne di Francesca…
S’egli fosse un giullare
dei Malatesti,
già le donne saprebbero di Paolo
ogni novella, e vano
sarebbe ormai l’artifizio che voi,
Ser Toldo, consigliaste
da quel gran savio che voi siete.

SER TOLDO.
Egli era
sì povero ad arnese
che non mi dà sospetto ch’egli segua
sì grazioso cavaliere, quale
è Paolo, che per uso
largheggia con tal gente.
Ma ben faceste a mettergli il bavaglio.
Questi uomini di corte
son pur anco indovini qualche volta,
ché rubano il mestiere
agli astrolaghi…

OSTASIO.
È vero. E quella schiava
cipriana, che tanto è cara a mia
sorella; ora mi dà sospetto, essendo
ella un poco indovina; perché so
ch’ella fa certe indovinazioni
per via di sogni… E, da più giorni, io veggo
la mia sorella piena di pensieri
e quasi dolorosa
come se avesse fatto qualche sogno
funesto; et anche,
ieri proprio, l’udii
che gittava un grandissimo sospiro
come avesse una pena nel suo cuore
e udii Samaritana
dirle: «Che hai, sorella? Perché piangi?»

SER TOLDO.
Messer Ostasio, è maggio.

OSTASIO.
Certo non ci daremo pace, avanti
che il matrimonio sia perfetto. E temo,
Ser Toldo, che ce ne potrà seguire
scandalo.

SER TOLDO.
Voi dovete pur sapere
chi è vostra sorella
e quanto ell’è d’altiero
animo. E s’ella vede quel Gianciotto,
così sciancato e rozzo e con quegli occhi
di dimòne furente,
avanti che il contratto
delle sue sposalizie sia rogato,
non il padre, né voi, né altri certo
potrà mai fare
ch’ella lo voglia per marito, s’anca
voi le poneste lo stocco alla gola
o la traeste pe’ capelli a furia
nelle vie di Ravenna.

OSTASIO.
Io lo so bene, Ser Toldo: il mio padre
le diede per nutrice
una sua spada di meravigliosa
tempera, quella
ch’egli bagnò nel sangue di Cesena
quand’era podestà.

SER TOLDO.
Dunque, se veramente

vi cale questo parentado,
mi parrebbe non esservi altro modo
da tenere, che quello che s’è detto.
E poiché Paolo Malatesta è giunto
come procuratore di Gianciotto
qui, con pieno mandato
a disposare Madonna Francesca,
mi parrebbe doversi
procedere alle nozze senz’alcuna
dimora, se volete darvi pace,
Messer Ostasio. Paolo è molto bello
e piacevole giovine, fina esca
veramente; ma troppo
è facil cosa da sapere ch’egli
è il marito d’Orabile. Pur ora
voi avete battuto quel giullare
per timor delle ciance.

OSTASIO.
Voi avete ragione,
Ser Toldo: ci conviene
troncar gli indugi. Questa sera torna
mio padre da Valdoppio; e noi faremo
che domani sia pronto il tutto.

SER TOLDO.
Bene,
Messer Ostasio.

OSTASIO.
E poi… che seguirà?

SER TOLDO.
Se conducasi il tutto con prudenza
e segretezza, Madonna Francesca
non prima s’avvedrà di questo inganno
che a Rimino quand’ella,
la mattina seguente
al giorno delle nozze,
vedrà levarsi
da lato a sé Gianciotto.
[…]

Il matrimonio per procura avviene, ma non viene descritto né rappresentato, e il primo atto si conclude con Paolo e Francesca che si incontrano fugacemente, separati da una grata, senza parlarsi, e con Francesca che coglie una rosa rossa da un’aiuola accanto a sé e la dà a Paolo.

5)- Il secondo atto si svolge nel palazzo dei Malatesta a Rimini, dove ormai da alcuni mesi Francesca vive, triste e rassegnata, accanto al marito Gianciotto che le è stato imposto.  In particolare la scena si svolge nelle parti esterne del palazzo, dove è  in corso una battaglia tra i Malatesta, che difendono il loro palazzo, e i loro nemici Parcitadi che hanno sferrato un attacco.

A un certo punto, mentre la battaglia procede, compare sugli spalti Francesca e non molto dopo vi compare anche Paolo.  Tra i due si svolge un dialogo, tutto portato avanti all’insegna di continue metafore allusive:  Francesca, molto discretamente e garbatamente, rimprovera Paolo per essersi prestato a quella trama ai suoi danni, Paolo risponde di essere stato inconsapevole della macchinazione ed appare sinceramente angosciato dal fatto di esservi stato coinvolto, ma lo scambio di battute, che inevitabilmente parte all’insegna del giustificato risentimento di Francesca, si risolve poi a poco a poco in una sofferta dichiarazione d’amore reciproca, più esplicita da parte di lui, meno esplicita da parte di lei. Tuttavia il dialogo tra i due si conclude con Francesca che concede a Paolo il suo perdono «con grande amore»:

FRANCESCA.
Tornato di Cesena
siete?

PAOLO.
Tornato di Cesena
oggi.

FRANCESCA.
Assai lungamente
avete dimorato.

PAOLO.
Stemmo a oste
quaranta dì, con Guido di Monforte,
per prendere Cesena e le castella.

FRANCESCA.
Assai vi travagliaste.
Smagrato siete un poco e impallidito
anche un poco, mi sembra.

PAOLO.
V’è una febbre autunnale
per quei sterpeti lungo il Savio…

FRANCESCA.
Siete
infermato? Per ciò tremate. E Orabile
non vi dà medicina?

PAOLO.
La febbre si nutrica di sé stessa.
Medicina non chiedo, erba non cerco
per sanarmi, sorella.

FRANCESCA.
Un’erba per sanare
io m’avea nelle case del mio padre,
del mio buon padre, Dio l’aiuti, Dio
l’aiuti! Un’erba io m’avea, per sanare,
in quel giardino dove entraste un giorno
vestito d’una veste che si chiama
frode nel dolce mondo;
ma sopra le poneste il piede, senza
vederla, e non rinvenne,
se bene il vostro piede sia leggiero,
signore mio cognato. Non rinvenne,
fu morta.

PAOLO.
Non la vidi,
né seppi dov’io fossi
né chi mi conducesse in quel cammino,
e non parlai e non udii parola,
né varcai limitare,
né ruppi impedimento,
ma sol vidi una rosa
che mi si offerse più viva che il labbro
d’una fresca ferita […]
.

FRANCESCA.
Videro
gli occhi miei l’alba,
l’alba che porta la stella diana,
la nutrice del cielo
che ci destava per darci il suo latte
quando l’ultimo sogno
era venuto al piccolo origliere,
la videro i miei occhi
sopra di me con l’onta
e con l’orrore, come un’acqua impura
gittata d’improvviso per oltraggio
contro un volto che s’alzi
anelando di bevere la luce.
Videro questo gli occhi miei; vedranno
questo finché la notte non li chiuda,
la notte che non ha
alba, fratello.

PAOLO.
Onta et orrore sopra
di me! La luce
non mi trovò dormente.
La pace era fuggita
dall’anima di Paolo Malatesta
e tornata non è, né tornerà
più mai. La pace
e l’anima di Paolo Malatesta
son per sempre nemiche, in vita e in morte.
E tutto fu nemico intorno a me
dall’ora che poneste
il piede su la soglia senza scampo

e ch’io mi trassi indietro con la scorta.
Far violenza
fu medicina al mio malore,
far violenza ed uccidere […].

FRANCESCA.
Perdonato da Dio,
perdonato quel sangue vi sarà […],
ma non il pianto ch’io non piansi, non
l’occhio rimasto arido nella prima
luce.  Non piansi

né so piangere più, fratello!  E il sorso
che voi mi deste, al guado
della fiumana bella – vi sovviene? –
col vostro falso cuore
pieno di tradimento e di follìa,
fu l’ultimo, fu l’ultimo che tolsemi
La sete; e nessun’acqua
di poi la sete mi toglie, signore. […]

PAOLO.
Francesca, tanto
è crudele la vostra rampogna e
tanto è dolce che il cuore mi si fende
e l’anima mia trista mi si sparge
nel suon di vostra voce che è sì strano.
L’anima mi si sparge,
ogni conoscimento abbandonato,
e raccoglierla più mai non vorrò.
Come debbo io morire?

FRANCESCA.
Come lo schiavo al remo
nella galèa che ha nome Disperata,
così dovete voi morire; e la
memoria di quel sorso
che voi mi deste, al guado
della fiumana bella,
innanzi che giungessimo alle mura
del tradimento e della frode, v’arda
e vi consumi […].
[…]

PAOLO.
Sì, questa è l’ora, se voi mi guardate
spirare, se mi sollevate il capo
da terra con le vostre mani. Che
altro potrei da voi avere? Non
come lo schiavo al remo
voglio io morire.
[…]

FRANCESCA.
Ho visto il mare,
il mare eterno,
la testimonianza del Signore;
e sul mare una vela
che il Signore conduce in salvamento.
Paolo, fratello in Dio,
io faccio un voto,
se ci aiuta il Signore
misericorde […].
Fratello in Dio, la macchia della frode
che hai su l’anima tua,
perdonata ti sia con grande amore,
e il giudizio divino
prova ne faccia […].

Il secondo atto si conclude quando si conclude la battaglia, con la vittoria dei Polenta sui Parcitadi. Sugli spalti arriva anche Gianciotto e si festeggia con il vino. Francesca versa da bere a Gianciotto e poi anche a Paolo, con queste parole di augurio:

FRANCESCA.
Bevete,
signore mio cognato, nella coppa
dove ha bevuto il fratel vostro. E buona
ventura Iddio vi dia,
all’uno come all’altro, et anche a me!
[…]

6)- Il terzo atto si svolge in una delle stanze sontuosamente arredate del palazzo dei Malatesta, a Rimini, e inizia con Francesca e le sue dame di compagnia che leggono insieme il romanzo cortese di Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, e del loro amore adultero favorito dal dignitario di corte Galehaut (Galeotto).  In particolare Francesca e le sue compagne stanno leggendo la pagina del romanzo che narra il colloquio di Ginevra con Galeotto, quando quest’ultimo intercede perché la dama incoraggi l’innamoratissimo ma timido Lancillotto, che non ha l’audacia di dichiararle il suo amore.

Francesca legge:

FRANCESCA.
Galeotto allor la priega e dice:
«Dama, abbiate, per Dio, di lui pietà!
Fate così per me come io farei
per voi, se mi pregaste». «Che pietà
volete voi ch’io n’abbia ? ». «Dama, voi
sapete ch’egli v`ama sopra tutte
e fatto ha per voi più che cavaliere
facesse mai per dama». «Certamente
egli ha fatto per me più di quel ch’io
potessi mai rimeritarlo, e non
mi potrebbe richieder cosa ch’io
glie ne potessi negare; ma egli
non mi richiede di niente, anzi ha
tanta malinconia, che è maraviglia».
E Galeotto dice:  «Dama, abbiatene
pietà». «Ne avrò» dice ella «tal pietà,
come vorrete; ma non mi richiede
di niente…».

Francesca legge attorniata dalle sue dame di compagnia che ascoltano rapite e commentano in allegria e con battute maliziose i passaggi del romanzo:

GARSENDA.
Madonna,
come mai era tanto vergognoso
il cavaliere Lancillotto?

ALDA.
Mentre
la povera reina si struggeva
di dargli quello ch’ei non domandava!

BIANCOFIORE.
Dirgli doveva:  «O cavalier valente,
vostra malinconia non val niente».

ALTICHIARA.
Le piaceva di ridere, a Ginevra,
e di trarre bel tempo; e nulla più
pregiava al mondo ella, che un ricco letto.
[…]

Nel frattempo sopraggiungono altre persone, tra cui il giullare e i musici per rallegrare la compagnia, nonché un mercante fiorentino, che dice di essere arrivato a Rimini proprio quel giorno, al seguito di Paolo Malatesta, e da cui Francesca acquista alcune stoffe per regalarne alle sue damigelle.  Finché, a un certo punto, un’ancella informa discretamente Francesca che sta venendo da lei Paolo. Francesca, con una scusa, allontana tutti e di lì a poco compare Paolo, testé arrivato da Firenze.

Segue un dialogo d’amore che si fa via via sempre più appassionato:

FRANCESCA.
Benvenuto, signore mio cognato.

PAOLO.

Ecco, sono venuto, avendo udito
i suoni, per portarvi il mio saluto,
il saluto del mio ritorno.

FRANCESCA.
Assai
presto siete tornato: con la prima
rondine. Le mie donne
eran qui che cantavan la ballata
per salutare il marzo. Et era qui
anco quel mercatante fiorentino
che seguitò la vostra scorta. M’ebbi
da lui le vostre novelle.

PAOLO.
Di voi
novelle mai non m’ebbi
laggiù. Nulla più seppi
di voi, da quella sera perigliosa
che m’offeriste una coppa di vino
e mi diceste addio
con la buona ventura.

FRANCESCA.
Non m’è nella memoria
questo, signore. Io ho molto pregato.

PAOLO.
Non vi sovviene?

FRANCESCA.
Io ho molto pregato.

PAOLO.
Io ho molto sofferto.
Se è vero che sofferitore vince,
io vincere dovrei …

FRANCESCA.
Che?

PAOLO.
La mia sorte,
Francesca.

FRANCESCA.
E qui tornato siete?

PAOLO.
Vivere
voglio.

FRANCESCA.
Non più morire?

PAOLO.
Ah, vi sovviene
della morte imprecata
che non mi volle! Almeno questo v’è
nella memoria.

FRANCESCA.
Paolo,
datemi pace!
È dolce cosa vivere obliando,
almeno un’ora, fuor della tempesta
che ci affatica.
Non richiamate, prego,
l’ombra del tempo in questa fresca luce
come quel sorso
ch’io m’ebbi al passo
della fiumana bella […].

PAOLO.
La melodia di primavera
odo, che dalle vostre labbra corre
sul mondo, quella
che cavalcando
pareami udire
nel vento della corsa,
ad ogni svolta, ad ogni
valico, e su la cima
delle colline e al limite dei boschi
e lungh’essi i torrenti,
quando il mio desiderio
curvo in arcione avvampava con l’alito
la criniera del mio cavallo folle,
e l’anima viveva
della rapidità
come la torcia trasportata, e tutti
i suoi pensieri, tranne uno, tranne uno,
in dietro si perdevano
come faville.

FRANCESCA.
Oimé, Paolo, faville
sono le vostre parole e non danno
tregua, e ancora nel vento della corsa
vive l’anima vostra
seco mi trascina paventosa.
Io vi prego, vi prego
che voi mi diate pace
sol per quest’ora,
mio bello e dolce amico,
a fin ch’io possa addormentare in me
l’antica pena et obliare il resto,
riavere ne’ miei occhi il primo
sguardo che s’affisò nel vostro viso
sconosciuto […].

PAOLO.
Inghirlandata
di violette m’appariste ieri
a una sosta, in un prato […].
E tutta
la campagna era aulente
di voi, nel mattino alto. E m’appariste
con le viole; e vi tornò sul labbro
una parola che da voi fu detta:
Perdonato ti sia con grande amore!

FRANCESCA.
Tal parola fu detta,
e la gioia perfetta se n’attende…
[…]

A un certo punto lo sguardo di Paolo si posa sul leggio dove si trova il libro di Lancillotto e Ginevra, aperto alla pagina e al segno dove Francesca aveva smesso di leggere. E qui si arriva al momento clou della vicenda e al punto del famoso bacio di Paolo tutto tremante, cantato da Dante nei suoi versi.  Ecco come D’Annunzio narra l’episodio nella parte finale del terzo atto:

PAOLO.
Qual libro è questo?

FRANCESCA.
La famosa istoria
di Lancillotto dal Lago.

PAOLO.
Già letta
l’avete?

FRANCESCA.
Sono giunta
nella lettura a questo passo.

PAOLO.
Dove?
qui dov’è il segno?
[Egli legge].
«…ma non mi richiede
di niente…» Volete seguitare?

FRANCESCA.
Guardate il mare come si fa bianco!

PAOLO.
Leggiamo qualche pagina, Francesca!

FRANCESCA.
Guardate quello stormo
di rondini, che arriva e segna l’ombra
sul bianco mare!

PAOLO.
Leggiamo, Francesca.

FRANCESCA.
E quella vela ch’è sì rossa che
par foco!

PAOLO[leggendo].
               «Certamente, dama» dice
allora Galeotto «ei non si ardisce,
né vi domanderà mai cosa alcuna
per amore, perché teme, ma io
ve ne priego per lui, e se bene io
non vi pregassi, sì lo doveresti
voi procacciare, perché non potresti
voi più ricco tesoro conquistare».
Et essa dice…
[Paolo trae leggermente Francesca per la mano].
                           Ora leggete voi
quel ch’essa dice. Siate voi Ginevra.
Sentite come odorano
le violette
che abbandonaste? Via, leggete un poco!
[Le loro fronti si avvicinano chinandosi sul libro].

FRANCESCA[leggendo].
«et essa dice: Io lo so bene, et io
ne farò ciò che mi comanderete.
E Galeotto dice: Gran mercé,
dama. Io vi prego che voi gli doniate
il vostro amore…»
[Ella s’interrompe].

PAOLO.
Leggete ancora!

FRANCESCA.
No, non vedo più
le parole.

PAOLO.
Leggete: «Certamente…

FRANCESCA.
«Certamente, dice essa, io gli prometto;
ma che egli sia mio et io tutta sua,
e che emendate sien tutte le cose
mal fatte…» Basta, Paolo.

PAOLO[leggendo con voce divenuta roca e tremante].
«Dama, dice esso, gran mercé: baciatelo,
a me davanti, per cominciamento
di vero amore…» Voi, voi! che dice essa?
Ora che dice? Qui.
[I loro volti pallidi sono chini sul libro, così che le guance
quasi si sfiorano].

FRANCESCA[leggendo].
«Dice: di che
io mi farei pregare? più lo voglio
io che voi…»

PAOLO[seguitando, soffocatamente].
«E si tirano da parte.
E la reina vede il cavaliere
che non ardisce di fare di più.
Lo piglia per il mento e lungamente
lo bacia in bocca…».
[Egli fa quell’atto istesso verso la cognata, e la
bacia. Quando le bocche si disgiungono,
Francesca vacilla e s’abbandona sui guanciali].
Francesca!

FRANCESCA[con la voce spenta].
No, Paolo!
[…]

Nei due atti successivi della tragedia dannunziana la vicenda evolve verso la tragica fine dei due amanti. Gianciotto viene a sapere della relazione d’amore esistente tra Francesca e Paolo, li sorprende e li uccide.

Ma la nostra Introduzione può terminare qui.

Una volta che ci siamo lasciati accompagnare da D’Annunzio lungo il dipanarsi di quella vicenda e fino al punto del famoso bacio, possiamo tornare ai versi di Dante:  siamo nella condizione migliore per apprezzare pienamente la lettura e l’ascolto delle parole di Francesca in tutte le lingue in cui si è voluto dar voce al suo dolore, e per cogliere la misura della solidarietà che traspare dal fatto che tante donne, di tutti i paesi del mondo, stiano accettando di prestarle la loro voce per consentirle di manifestare il suo dolore al mondo intero.

Per maggiori informazioni su Francesca da Rimini cliccate qui.


[1] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e  la violenza domestica. Istanbul, 11 maggio 2011. Testo in italiano.  Council of Europe Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence. Istanbul, May  May 11, 2011. Text in English.

[2] Giovanni Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedìa di Dante, a cura di Giorgio Padoan, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio,  vol VI, Milano, Mondadori, 1965.  Le Esposizioni di Boccaccio raccolgono il testo di sessanta lezioni pubbliche che il grande scrittore tenne, su incarico del Comune fiorentino e a seguito di una petizione di cittadini, presso la chiesa di Santo Stefano in Badia, a Firenze, tra l’ottobre del 1373 e il gennaio del 1374.  Boccaccio non riuscì ad andare oltre il canto XVII dell’Inferno per le sue cattive condizioni di salute.

[3] Già prima della Francesca da Rimini di D’Annunzio, un’altra tragedia con lo stesso titolo era stata scritta da Silvio Pellico tra il 1814 e il 1815, in pieno romanticismo, ed aveva ottenuto un grande successo la sera del 18 agosto 1815, quando era stata rappresentata per la prima volta a Milano.  Il ruolo della protagonista era stato sostenuto da Carlotta Marchionni, famosa attrice dell’epoca.  La città di Milano era allora sottoposta alla dominazione austriaca e gli accenti patriottici spesso usati da Paolo avevano contribuito al successo della tragedia nel periodo risorgimentale.  La tragedia di Pellico, però, a differenza di quella di D’Annunzio, si allontana sensibilmente dal testo dantesco (e dall’integrazione offerta dal commento di Boccaccio), per quanto riguarda specificamente la ricostruzione della vicenda storica dei due innamorati. I personaggi sono solo quattro:  Francesca, suo marito Gianciotto (qui chiamato Lanciotto), suo cognato Paolo e suo padre Guido.

[4] Per uno studio parallelo sui versi di Dante e sulla tragedia di D’Annunzio si veda Gabriella Di Paola, Il mal perverso e i fiori velenosi. La poesia di Dante nella ’’Francesca da Rimini’’ di D’Annunzio, Bulzoni, Roma 1990.

[5] Il testo completo della tragedia di Gabriele D’Annunzio è accessibile in rete sia in originale (cliccare qui), sia nella traduzione inglese di Arthur Symons, pubblicata a New York nel 1902 (cliccare qui).