Carta dell'Occitania

bandiera occitanaLa lingua occitana, o lingua d’Oc, è una lingua neolatina parlata in un’area specifica del sud-Europa chiamata Occitania, non delimitata da confini politici e grossolanamente identificata con la Francia meridionale. In Italia la lingua occitana viene talvolta chiamata lingua provenzale alpina, essendo parlata, come lingua autoctona, anche in una fascia territoriale del Piemonte lungo le Alpi Cozie e le Alpi Marittime.

La lingua d’Oc fu la celebre lingua usata dalla poesia trobadorica sorta in una regione della Francia sud-occidentale, l’Aquitania, intorno all’XI secolo e diffusasi poi in tutta l’Europa centrale. Una lingua ben distinta da quella della Francia centro-settentrionale, dove invece si parlava la cosiddetta lingua d’Oïl, madre del francese moderno. Tutto lascia pensare che sia stato proprio Dante Alighieri a coniare (nel De vulgari eloquentia) queste due distinte denominazioni per le due lingue, sulla base della diversa origine etimologica delle relative espressioni affermative: hoc est, da cui oc, per l’occitano, hoc illud, da cui oui, per il francese, cui si contrappone sic, da cui il dell’italiano e di altre lingue neolatine.

Valli occitane del PiemonteLa lingua occitana presenta diverse varianti a seconda delle zone territoriali in cui è diffusa. Una delle varianti principali è il cosiddetto provenzale, che fu il dialetto “nobile” usato in prevalenza dai trovatori medievali. Fu questo il motivo per cui, specialmente tra i filologi del XIX secolo, invalse l’uso di utilizzare la parola provenzale per designare la lingua occitana in tutte le sue varianti, soprattutto con riferimento alla lingua dell’epoca medievale. Ma oggi il termine provenzale designa solo il provenzale in senso stretto, ossia la parlata occitana in uso nella Provenza.

L’occitano è al tempo stesso una lingua orale (parlata da milioni di persone) e una lingua letteraria che, a partire dal XII secolo, i trovatori esportarono in tutta l’Europa. Oltre che in Provenza e in tutto il Midi della Francia, esso è parlato nella catalana Val d’Aran e nelle Valli Occitane del Piemonte. In Italia e in Spagna l’occitano è una lingua minoritaria tutelata dalla legge. Diversa è la situazione in Francia dove l’occitano gode di pochissima tutela.

In realtà la splendida fioritura letteraria che l’occitano ebbe in epoca medievale, nel sud della Francia e presso molte corti europee, non poté impedire che quella lingua venisse letteralmente schiacciata, nei secoli successivi, dal predominio totalizzante della lingua francese. In particolare la decadenza della lingua d’Oc fu segnata inesorabilmente dall’ordinanza di Villers-Cotterêts, promulgata dal re di Francia nel 1539, che stabiliva il primato e l’esclusività del francese in tutti i documenti pubblici declassando così a un rango inferiore tutte le altre lingue del Paese.

Frédéric MistralUna temporanea rinascita letteraria della lingua d’oc vi è stata in Provenza nel XIX secolo sotto la guida del movimento denominato Félibrige, il cui esponente di maggior rilievo, Frédéric Mistral (1830-1914), è il solo autore unicamente occitanofono ad avere ottenuto il Nobel per la letteratura (nel 1904) per il poema Mirèio scritto in provenzale. Questo poema è interamente disponibile in rete, sia nella grafia occitana classica (cliccare qui) sia nella grafia cosiddetta mistraliana (cliccare qui) proprio per essere stata usata nelle opere di Mistral.

Il tema delle diverse grafie impiegate oggi per le diverse varianti dell’occitano è piuttosto complesso, dal momento che le grafie non si limitano alle due appena menzionate.  Tuttavia la grafia classica e la grafia mistraliana sembrano essere le più diffuse e le più “illustri”, sia perché la prima è in qualche misura riconducibile alla poesia trobadorica medievale, sia perché la seconda è legata al prestigio della rinascita ottocentesca Félibrige del provenzale. La differenza tra le due grafie salta agli occhi se consideriamo i primi versi di Mirèio che, tradotti in italiano, suonano così: “Ai bordi del Rodano, tra i pioppi / e i salici della riva, / in una povera casetta sgretolata dall’acqua, / abitava un canestraio…”.

Questi versi, nel provenzale originale di Mistral, si presentano così in grafia classica:

De lòng dau Ròse, entre lei píbols
E lei sausetas de la riba,
En un paure ostalon pèr l’aiga rosigat
Un panieraire demorava…

E si presentano invece così secondo la “norma mistraliana”:

De-long dóu Rose, entre li pibo
E li sauseto de la ribo,
En un paure oustaloun pèr l’aigo rousigà
Un panieraire demouravo…

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In Francia è attivo l’Istituto di Studi Occitani (IEO – Institut d’Estudis Occitans) che ha sede a Tolosa, con sei sezioni regionali (Limosino, Aquitania, Linguadoca, Midi-Pirenei e Provenza) e trenta sezioni dipartimentali (in una trentina di dipartimenti del sud della Francia), nonché sedi distaccate nelle Valli Occitane del Piemonte, nella Val d’Aran della Catalogna e a Parigi.

Nelle Valli Occitane del Piemonte vi sono due associazioni, Espaci Occitan, a Dronero, e Chambra d’Òc, a Roccabruna, entrambe in Val Maira (prov. di Cuneo).

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Saint-Rémy-de-Provence

Nella lingua occitana non esiste alcuna traduzione della Divina Commedia, nemmeno parziale, anteriore agli anni Sessanta del secolo scorso. Solo nel 1967 è stata pubblicata a Saint-Rémy-de-Provence una traduzione dell’intero poema, in prosa provenzale moderna e in grafia mistraliana (La Divino Coumèdi). La si deve a Jean Roche (Marsiglia 1899 – Saint-Rémy-de-Provence 1986), un oscuro funzionario amministrativo francese vissuto per trent’anni in Algeria, studioso e grande conoscitore della lingua d’Oc e appassionato traduttore di classici italiani, dato che ha tradotto in provenzale anche opere di Petrarca e Boccaccio. Dopo Jean Roche, nessuno si è più cimentato, nell’Occitania francese, in una traduzione dei versi di Dante. Ma va detto che anche la paziente fatica di Jean Roche sembra essere passata pressoché inosservata, dato che soltanto dopo la sua morte ne ha parlato, riportandone qualche brano, solo L’Astrado Prouvençalo, un periodico trimestrale di nicchia dedicato all’occitano e pubblicato a Saint-Rémy-de-Provence. [1]

Ma nelle valli occitane piemontesi, e precisamente nell’Alta Valle di Susa, in un paese di seicento anime che si chiama Salbertrand, un’anziana maestra elementare, Clelia Baccon, ha tradotto nella variante occitana della sua valle il primo e il quinto canto dell’Inferno dantesco, impiegando però una grafia un po’ complicata e diversa dalle due grafie che abbiamo già visto.

In particolare, è davvero singolare quanto siano dissimili tra loro la grafia dell’occitano provenzale di Jean Roche e quella dell’occitano Salbertrandese di Clelia Baccon. Per rendere meglio osservabile questa differenza utilizzeremo una terzina tratta dal racconto di Francesca da Rimini (Inf., V, 121-123): «E quella a me:  nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore». Qui sotto sono riportate le due traduzioni della stessa terzina rispettivamente nell’occitano provenzale (la prima) e nell’occitano di Salbertrand (la seconda).

terzina provenzaleterzina salbertrand

Per leggere il canto primo dell’Inferno nella traduzione nell’occitano di Salbertrand di Clelia Baccon, e per ascoltarne la lettura da parte della traduttrice, cliccare qui. Per leggere invece nella stessa traduzione i versi di Francesca da Rimini (Inf., V, 88-142), e per ascoltarne la lettura da parte di Clelia Baccon, cliccare qui.

Alta Valle di Susa con Salbertrand

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Dante nutriva una grande ammirazione per i trovatori occitani, tanto che ad uno di essi egli ha addirittura concesso il privilegio unico di esprimersi nella sua lingua, appunto la lingua d’Oc, quando l’ha incontrato nella settima cornice del Purgatorio (canto XXVI), dove i penitenti scontano la pena per il peccato di lussuria.

Ma andiamo con ordine. Tra i peccatori di lussuria della settima cornice Dante incontra anzitutto Guido Guinizelli, il grande poeta bolognese del Dolce Stil Novo, morto quando lui era ancora bambino, al quale Dante manifesta subito grande ammirazione per la dolcezza dei suoi versi. [2] Ed è a questo punto che Guinizelli gli indica col dito un altro penitente, appunto il trovatore occitano Arnaut Daniel, dicendo, senza rivelargliene il nome, che questi, come poeta, fu migliore di lui, superando anzi tutti quelli che scrissero romanzi e versi d’amore (Purg., XXVI, 115-119):

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti […]».

 Ecco gli stessi versi tradotti in prosa in provenzale moderno da Jean Roche:

«O fraire», diguè, «aquéu que guigne, eila»
e me moustrè au det un esperit, davans nautre
«fuguè lou meiour óubrié de soun parla meirau.
Pouèto que rimèron sus l’amour, qu’escriguèron de proso de rouman,
li passè tóuti […]».

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 RibéracQuando Guinizelli tace e scompare tra le fiamme purificatrici, Dante si avvicina allo spirito che gli è stato indicato e gli dice che amerebbe molto conoscere il suo nome. È qui che Arnaut Daniel risponde nella sua lingua madre, in lingua d’Oc, e precisamente nel provenzale antico del suo tempo (sono questi gli unici versi scritti da Dante in una lingua che non è la sua).

Veduta di RibéracDunque Arnaut si presenta, si definisce come colui che piange e va cantando, turbato al pensiero dei suoi peccati ma confortato al pensiero della futura beatitudine, e prega Dante di ricordarsi di lui quando sarà giunto al culmine della sua salita al cielo.

Dopo di che scompare anche lui tra le fiamme purificatrici.

Della vita di Arnaut Daniel (nome italianizzato in Arnaldo Daniello) sappiamo ben poco. Era nato a Ribérac, nel Limosino, e precisamente nel vescovado del Périgord, vale a dire in quell’area geografica grosso modo a metà strada fra Limoges e Bordeaux. Visse tra la seconda metà del secolo XII e la prima metà del secolo XIII e, secondo una brevissima biografia anonima giunta fino a noi, era un uomo gentile e avvenente e aveva studiato grammatica e retorica.

Nei versi che seguono (Purg., XXVI, 136-148) le parole di Arnaut in lingua provenzale si presentano in una colorazione diversa:

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazioso loco.
El cominciò liberamente a dire:
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».
Poi s’ascose nel foco che li affina.

Le parole di Arnaut Daniel nell'edizione di Foligno del 1472Pagina di un canzoniere provenzale del Sec. XIII con l'immagine di Arnaut Daniel (Bibliothèque Nationale de France)

Noi di Dantepoliglotta ci siamo rivolti all’associazione Espaci Occitan di Dronero (Cuneo) per procurarci una lettura registrata degli otto versi in provenzale antico contenenti le parole rivolte da Arnaut Daniel a Dante nel canto XXVI del Purgatorio. La Dottoressa Rosella Pellerino – responsabile del settore Lingua e Cultura dell’associazione e componente della Commissione Linguistica Internazionale per l’elaborazione del primo dizionario dell’occitano alpino – ha cortesemente aderito alla nostra richiesta. Per ascoltare la sua lettura dei versi in provenzale di Arnaut Daniel, cliccare qui sotto:

Veduta di Dronero (Cuneo)

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Nella sua traduzione della Divina Commedia in prosa provenzale moderna, Jean Roche mantiene le parole di Arnaut Daniel nella stessa versione in provenzale antico uscita dalla penna di Dante. Ma noi sostituiremo quella versione originale con la relativa traduzione in provenzale moderno comparsa nella già citata rivista L’Astrado Prouvençalo, in modo tale da rendere in provenzale moderno (e in grafia mistraliana) tutti i versi sin qui citati e al tempo stesso consentire al lettore di apprezzare – nelle due versioni delle parole di Arnaut – le differenze tra provenzale antico e provenzale moderno:

M’avancère un pau d’aquéu que m’avié fa vèire,
e ié diguère que moun desir de lou counèisse
alestissié pèr soun noum, dins moun cor, uno plaço di requisto.
Alor, éu, sènso mai, coumencè de dire:
«M’agrado tant, vosto courteso demando,
que noun me pode ni noun me vole escoundre à vous.
Iéu siéu Arnaud que ploure e vau cantant;
coussirous vese ma foulié d’à tèms passa,
e bade trefouli lou bonur que desenant espère.
Aro vous prègue, au noum de aquelo valour
que vous guido au soum dis escalié,
de vous recourda tout à tèms de ma doulour!».
Pièi, s’escoundeguè dins lou fiò qu’espurgo lis amo.

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Cliccare qui per vedere il testo e ascoltare la lettura dei versi di Francesca da Rimini (Inferno, Canto V, 88-142) nella traduzione in occitano provenzale di Jean Roche. La voce recitante è di Rosella Pellerino.

Cliccare qui per vedere il testo e ascoltare la lettura dei versi di Ulisse (Inferno, Canto XXVI, 90-142) nella traduzione in occitano provenzale di Jean Roche. La voce recitante è di Dario Anghilante.

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Bertran de BornNella Divina Commedia troviamo altri due trovatori provenzali, oltre ad Arnaut Daniel. Il primo è Bertran de Born (citato da Dante come Bertram dal Bornio), anch’egli, come il suo contemporaneo Arnaut, nativo del Limosino (1140 circa – 1215 circa). Bertran era un poeta di lingua d’Oc celebre per i suoi poemi epici e inneggianti all’ebbrezza della guerra, ma era anche un uomo politico, feudatario del castello di Hautefort nel Périgord. Dante lo colloca come dannato nell’Inferno (canto XXVIII, 112-142) tra i seminatori di discordia, per aver messo l’uno contro l’altro Enrico il Giovane e il padre Enrico II d’Inghilterra: per l’aver separato persone così vicine egli è costretto a vagare senza sosta tenendo in mano come una lanterna la propria testa staccata dal corpo.

Marsiglia in una stampa anticaL’altro trovatore provenzale è Folchetto da Marsiglia (Marsiglia, 1155 circa – 1231), noto anche come Folco di Tolosa per essere stato vescovo di quella città negli ultimi anni della sua vita. Negli anni precedenti era stato un grande cantore di poesie d’amore, celebrato nelle corti di Barcellona, Tolosa e Provenza, fino a quando un amore non corrisposto lo indusse a farsi monaco. Dante lo colloca nel Paradiso, nel cielo di Venere, quel cielo del quale Folco aveva subìto l’influsso in gioventù, facendo però poi buon uso della sua inclinazione ad amare (Par., IX, 64-108). I beati del cielo di Venere sono infatti anime che, in vita, avevano ceduto alle tentazioni della lussuria, ma che per meriti speciali erano state poi assunte in quel cielo, evidentemente dopo aver transitato per un certo tempo nell’apposita settima cornice del Purgatorio (in compagnia di Arnaut Daniel e di Guido Guinizelli). In quello stesso cielo Dante incontra anche Cunizza da Romano, un’irrequieta signora, sorella di Ezzelino III da Romano, signore di Treviso, che si ritrova in quel cielo grazie a una crisi mistica attraversata negli ultimi anni di vita. E’ lei che indica a Dante lo spirito di Folchetto da Marsiglia, dicendo che questi ha lasciato nel mondo una fama di sé buona e duratura (Par., IX, 37-45).

Folchetto di Marsiglia

Questa panoramica sui rapporti di Dante con la lingua d’Oc e con la relativa poesia trobadorica non sarebbe completa se non si estendesse anche al mantovano Sordello che, pur non essendo nativo dell’Occitania, fu un trovatore di scuola provenzale e scrisse in lingua d’Oc. Dante lo incontra nel Purgatorio, come abbiamo illustrato in altre pagine di questo stesso sito (cliccare qui relativamente a Purg., VI, 70-75, e cliccare qui relativamente a Purg., VII, 10-19).

Sordello da Goito, miniatura medievale

Goito, Torre civicaSordello era nato a Goito, nei pressi di Mantova, intorno all’anno 1200, da una famiglia appartenente alla piccola e povera nobiltà di campagna. Ma ben presto abbandonò il luogo natale per andare a cercare fortuna altrove. A questo punto sorge spontanea una domanda: come è potuto accadere che un giovane mantovano sia diventato un trovatore di scuola provenzale e si sia messo a scrivere poesie in lingua d’Oc?

I catari espulsi da Carcassonne nel 1224. Miniatura del Sec. XIIIBisogna sapere che nel 1208, quando Sordello era ancora un bambino, il papa Innocenzo III aveva scatenato una crociata per estirpare l’eresia càtara, che si era diffusa nel corso del secolo precedente in Occitania, dapprima nella regione di Tolosa e poi in tutta la Francia meridionale. La culla di questa eresia era la città di Albi, non distante da Tolosa, ragion per cui la crociata contro il catarismo è oggi nota come crociata degli albigesi. La crociata di papa Innocenzo ebbe effetti devastanti sui catari, che vennero espulsi dai territori dell’Occitania. I trovatori avevano abbracciato il catarismo, almeno in maggioranza, e vennero espulsi pure loro (tranne quelli che preferirono abiurare, come Folchetto da Marsiglia, che non a caso divenne vescovo di Tolosa e poi fu premiato anche da Dante con l’assunzione al cielo di Venere). Molti dei trovatori espulsi dall’Occitania ripararono presso le corti feudali del resto d’Europa, dove trovarono emuli e seguaci creando una scuola trobadorica fuori dai territori occitani del sud della Francia. In particolare, le corti del Veneto furono molto accoglienti nei loro confronti.

Veduta di Albi

Ebbene, il giovane Sordello, nel suo girovagare in cerca di fortuna, approdò alla splendida corte dei marchesi  d’Este, la città veneta dei Colli Euganei, che era diventata uno dei principali centri di diffusione della cultura provenzale in Italia insieme alle altre corti della “Marca Trevigiana” (Treviso, Padova, Vicenza, Verona). Ed anzi, la corte estense fu la prima corte veneta a richiamare i giullari e i trovatori che avevano lasciato la Provenza. Non c’è quindi da meravigliarsi che il giovane e talentuoso Sordello abbia trovato lì la scuola ideale per compiere il suo noviziato poetico.

Dopo di che, compiuto il suo tirocinio di giullare, passò dalla corte degli Estensi a quella dei conti di San Bonifacio, signori di Verona.

Mura e castello di Este

Ma le corti feudali del Veneto non erano precisamente dei paradisi terrestri. In particolare, i rapporti tra Rizzardo di San Bonifacio, signore di Verona, ed Ezzelino III da Romano, signore di Treviso, erano a dir poco difficili e spesso tempestosi: in uno dei momenti di buona c’era stato un matrimonio di convenienza tra il conte Rizzardo e la sorella di Ezzelino III (sì, proprio quella Cunizza da Romano che abbiamo trovato nel cielo di Venere in compagnia di Folchetto da Marsiglia). Ma pochi anni dopo i rapporti divennero pessimi, Ezzelino si impadronì di Verona e, come se non bastasse, Sordello rapì la bella Cunizza dalla casa del conte Rizzardo (forse addirittura su istigazione di Ezzelino), la riportò a Treviso e ne divenne l’amante.

Sordello da Goito e Cunizza da Romano. Secolo XV. Miniatura su pergamena

Tutto questo scatenò ovviamente le ire e la sete di vendetta del conte Rizzardo di San Bonifacio, ma anche i malumori di Ezzelino III da Romano, con la conseguenza che a un certo punto, nel 1229, Sordello decise saggiamente di scappare a gambe levate rifugiandosi – indovinate un po’ – in Provenza. E così, dalla Provenza alla Provenza, il cerchio si chiude. [3]

I colori della Provenza

[1] Le scarsissime notizie che abbiamo su Jean Roche sono tratte appunto dalla rivista L’Astrado Prouvençalo n. 23 del 1987 (pp. 35-48). L’edizione della sua traduzione dantesca del 1967 è sostanzialmente introvabile. Noi di Dante Poliglotta ne abbiamo reperito un unico esemplare presso la Bibliothèque nationale de France. Per leggere i versi di Francesca da Rimini (Inf., V, 88-142) nella traduzione provenzale di Jean Roche, cliccare qui. Per leggere, nella stessa traduzione, i versi di Ulisse (Inf., XXVI, 90-142), cliccare qui.

[2] Dante definisce Guinizelli come «il padre / mio e delli altri miei miglior» (Purg., XXVI, 97-98) e lo considera suo maestro al pari di Virgilio «dolcissimo patre» (Purg., XXX, 50). Era grande la venerazione che Dante nutriva per Guinizelli, tanto che uno dei versi più famosi della Divina Commedia, «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende» (Inf., V, 100) è preso pari pari da un famoso verso di Guinizelli, «Foco d’ amore in gentil cor s’ apprende» (verso 11 della canzone Al cor gentil rempaira sempre amore).

[3] Le notizie sulla vita di Sordello sono tratte da Ilvano Caliaro ed Emilio Faccioli, La vita di Sordello. La giovinezza in Italia, Goito On-line, http://www.sordello.it/sordello/la-vita-di-sordello/

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