una pagina dell'Almagesto di Tolomeo nella traduzione araba del IX° secolo

Una pagina dell’Almagesto in arabo

Dante non conosceva la lingua araba e non poteva avere conoscenza della letteratura arabo-islamica medievale, che ai suoi tempi non aveva contatti con la cultura medievale cristiana. Vi erano però, a quell’epoca, rilevanti rapporti di reciproca influenza tra mondo arabo e mondo cristiano per quanto riguarda la produzione scientifica e filosofica:  quella araba, a partire dall’XI-XII secolo, è entrata a far parte a pieno titolo della cultura e della scienza occidentale.

Dante quindi aveva una certa conoscenza dei grandi filosofi e scienziati dell’Islam, in particolare di Avicenna e Averroè, che il poeta, nel canto IV dell’Inferno, colloca fra gli antichi spiriti sapienti del Limbo. Avicenna (ibn Sīnā), vissuto a cavallo dei secoli X e XI, fu un medico e filosofo persiano autore di importanti opere in arabo, tra cui un celebre Canone di medicina (al Qānūn fi l-tibb); Averroè, che Dante chiama Averoìs,[1] fu un grande filosofo arabo di Cordova, vissuto nel secolo XII, autore di un famoso commento ad Aristotele, ma fu anche medico, giudice, astronomo e matematico.


Andrea di Bonaiuto, Averroè, Firenze, S. Maria Novella

I rapporti tra scienza araba e scienza occidentale sono stati sempre molto intensi. E non a caso Dante associa in una stessa terzina (Inf., IV, 142-144) i nomi di Avicenna e Averroè e quelli di quattro grandi scienziati dell’antica civiltà greca ed ellenistica: i due padri della medicina Ippocrate e Galeno, il matematico Euclide e il geografo e astronomo Tolomeo.

Tanto più che – fatto abbastanza curioso – l’opera astronomica di Tolomeo, nato in Egitto e attivo ad Alessandria tra il 120 e il 150 dell’era volgare, si diffuse prima nel mondo arabo, e giunse solo più tardi nell’Europa del medio evo, con il titolo arabo di Almagesto,[2] in una riduzione scritta in arabo nel secolo IX dall’astronomo di origine persiana al-Fargānī.  Questa riduzione araba fu poi tradotta in latino da Gherardo da Cremona nel secolo XII e molto probabilmente fu utilizzata da Dante come manuale di astronomia.[3]

Riportiamo qui di seguito la terzina di cui sopra in originale (Inf., IV, 142-144):

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che ‘l gran comento feo.

Segue la traduzione in arabo, di Hassan Osman, della stessa terzina:

Riportiamo anche le note del traduttore arabo ai tre versi di cui sopra:


[1] Il nome arabo completo di Averroè era Abū l-Walīd Muhammad ibn Abmad ibn Muhammad ibn Rushd.

[2] Il titolo originario dell’opera di Tolomeo era Μεγάλη μαθηματικὴ ϭύνταξις τῆς ἀστρονομίας  (“Grande raccolta matematica dell’astronomia”). Dalla forma abbreviata Μεγάλη σύνταξις (Megalē sintaxis), con l’aggiunta dell’articolo determinativo al, il titolo divenne in arabo al-Magistī, latinizzato poi in Almagestum.

[3] Enzo Volpini, Enciclopedia Dantesca, vol. V, p. 620. Il titolo della versione latina di Gherardo da Cremona è Liber de aggregationibus scientiae stellarum et principiis coelestium motuum.