Veduta di Mantova - 1575

La città di Mantova, per il fatto di essere la patria di Virgilio, ha un rilievo molto particolare nella Divina Commedia. Il grande poeta latino era molto legato alla sua terra, o almeno così riteneva Dante. Sta di fatto che, nel corso del viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, Virgilio cita più volte Mantova. Lo fa all’inizio, appena incontrato Dante nella selva oscura, quando gli si presenta come mantovano e figlio di genitori mantovani (Inf., I, 68-69). Lo fa di nuovo poco dopo, quando gli racconta di essere accorso in suo aiuto su incarico di Beatrice, che gli si era rivolta chiamandolo «anima cortese mantovana» (Inf., II, 58). Lo fa nel Purgatorio, quando incontra il suo concittadino Sordello, il quale lo abbraccia commosso appena Virgilio proferisce il nome della loro comune città (Purg., VI, 70-75).

Veduta di Mantova - 1575Miniatura raffigurante Sordello

Ma vi è un punto in cui Virgilio intrattiene Dante su quale sia l’origine della città di Mantova, dopo essersi soffermato su una minuziosa descrizione geografica delle zone circostanti.

L’occasione è data dall’incontro dei due poeti con la sacerdotessa e indovina tebana Manto (figlia d’arte in quanto figlia dell’indovino Tiresia) nella quarta bolgia del cerchio ottavo dell’Inferno, bolgia destinata appunto agli indovini, dannati ad avere la testa stravolta all’indietro e quindi a piangere lacrime che cadono e scorrono lungo la schiena.

Virgilio indica a Dante la vergine e sacerdotessa Manto dicendogli che, dopo la morte del padre e la caduta di Tebe sotto il dominio del tiranno Creonte, essa era andata peregrinando a lungo alla ricerca di un posto tranquillo e isolato. Era così approdata in Italia, giungendo nel luogo dove in seguito sarebbe sorta Mantova, lungo il fiume Mincio, e precisamente là dove le acque del fiume trovano un avvallamento e si trasformano in palude (inf., XX, 52-81).

Qui Manto si era fermata ed era vissuta fino alla morte, dopo di che altri dopo di lei si erano radunati in quel luogo ed avevano fondato una città che, in suo nome, avevano chiamato Mantova (Inf., XX, 82-93):

Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
Fer la città sovra quell’ ossa morte;
e per colei che ‘l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.

Versi tradotti assai liberamente in dialetto mantovano[1] da Marco Moretti come segue:

Soquànt tèmp dopu I’ha decìs da vēgnar
in na palüde malsana pìna da sansàli
ch’I’era l’isula da Mantfa ‘gnènd in barca dal Minciu,
par mia pö esar distürbada ē puder far töti i sö striosamènt in pace.
Anca parché secùnd sèrti legèndi
la ‘gh èva da armagnar mia drupàda par esar na gran stria
ē in cla marsümèra lē a ‘gnèva a catarla nisùn, né bröt né béi!
L’era mòrta ē acsé agh è gnü a stà d’altra gènt:
chilùr, dal sö nòm, i ha ciamà al sìt Mantfa, da Manto…


[1] Dante si sofferma nel De Vulgari Eloquentia (I, XV, 2) sul dialetto parlata ai tempi suoi a Mantova, che considera affine a quelli parlati a Cremona, Brescia e Verona. Questa considerazione collima con le conclusioni della ricerca dialettologica più recente, la quale ravvisa nel mantovano antico caratteristiche comuni alle parlate della Lombardia orientale e di Verona, «mentre in seguito esso è evoluto verso un tipo schiettamente emiliano» (Pier Vincenzo Mengaldo, in Enciclopedia Dantesca, vol. III, p. 813). Quanto al dialetto mantovano di oggi, esso meriterebbe una versione seria della Divina Commedia, dato che quelle esistenti, oltre ad essere parziali ed estremamente libere, sono più simili a parodie che non a vere e proprie traduzioni del poema.

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