Virgilio tra le muse Clio e Melpomene

Tradurre la Divina Commedia in latino? Forse rimase un po’ perplesso anche il vescovo Giovanni Bertoldi da Serravalle quando, durante il concilio di Costanza, alcuni suoi colleghi britannici lo invitarono a compiere quell’impresa. Ma poi finì per accettare. In fondo non era insensato mettere a disposizione degli ecclesiastici stranieri il poema di Dante tradotto in latino, lingua universale di allora, in modo da renderlo accessibile anche a chi non avesse dimestichezza con l’italiano.

Il concilio di Costanza (1414-18), illustraz. dalla Cronaca di Ulrich von Richental

Oltretutto – si era verso la fine del 1415 – l’atmosfera in quel concilio ecumenico si era fatta pesante, specialmente dopo che una corrente di conciliari fanatici aveva mandato al rogo per eresia l’onesto teologo boemo Jan Hus. La cosa aveva traumatizzato e depresso Giovanni Bertoldi, che era uomo di grande mitezza, come ci si poteva attendere da un frate francescano, e per giunta romagnolo, come lui. Tanto più che nel frattempo i lavori del concilio si erano pressoché arenati e nell’inverno freddo di Costanza la noia regnava sovrana.

Veduta di Serravalle di Romagna (oggi RSM)

E fu così che il buon Giovanni da Serravalle trovò conforto alle sue malinconie tuffandosi a capofitto nel lavoro, riuscendo a ultimare entro l’anno 1416 la sua traduzione del poema, verso per verso in prosa latina, nonché il relativo commento.

Molti si sono domandati se Dante sarebbe stato contento di sapere che qualcuno stava traducendo la sua Commedia in latino, dopo che lui aveva speso anni di lavoro nella ricerca del volgare illustre e nell’impresa di regalare proprio a quella lingua la sua opera di altissima poesia.
È stato anche detto, a questo proposito, che in quell’anno 1416 gli abitanti di Ravenna avrebbero avvertito spesso, nel silenzio della notte, uno strano rumore come di tuono lontano, che in realtà sarebbe stato proprio il clangore delle ossa di Dante che si rivoltavano nella tomba. [1]

Noi di Dantepoliglotta, invece, pensiamo che Dante avrebbe apprezzato il frutto della fatica di Giovanni da Serravalle perché, nonostante la sua predilezione per il volgare illustre, il sommo Poeta nutriva anche un grande amore e una grande considerazione per la lingua latina. Nel Convivio, anzi, aveva affermato senza mezzi termini che il latino era per molti versi superiore all’ancor giovane lingua italiana: superiore  non solo per nobilità, «perché lo latino è perpetuo e non corruttibile e lo volgare è non stabile e corruttibile», ma superiore anche per virtù, perché «lo latino molte cose manifesta concepute ne la mente che lo volgare far non può, sì come sanno quelli che hanno l’uno e l’altro sermone». [2]

Del resto, l’amore di Dante per la lingua e la cultura latina emerge anche dalla Divina Commedia, sia per la venerazione da lui dimostrata nei confronti di Virgilio, sia, in particolare, per le parole che il poeta, nel settimo canto del Purgatorio, mette in bocca a Sordello.

John Flaxman, Sordello abbraccia Virgilio

Sordello da Goito, mantovano come Virgilio, trovatore del XIII secolo celebre per la sua produzione poetica in lingua provenzale, incontra i due poeti nell’Antipurgatorio. Appena si rende conto, con grande sorpresa ed emozione, di trovarsi al cospetto di Virgilio, lo abbraccia umilmente attribuendogli il merito altissimo di avere mostrato, con la sua Eneide, «ciò che potea la lingua nostra», cioè, appunto, la lingua latina (Purg., VII, 10-19):

Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond’e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è… non è…»,
tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ‘ve ‘l minor s’appiglia.
«O gloria di Latin», disse, «per cui
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond’io fui,
qual merito o qual grazia mi ti mostra?»

Ed ecco gli stessi versi tradotti in latino da frate Giovanni da Serravalle:

Qualis ille qui rem ante se
Subito videt, unde ipse miratur,
Qui credit et non, dicendo: Ipsa est, et non est;
Talis apparuit ille, et postea inclinavit supercilia,
Et humiliter redivit versus eum,
Et amplexus est eum ubi minor amplectitur.
O gloria Latinorum, dixit, per quem monstravit
Quidquid potuit lingua nostra,
O pretium eternum loci unde ego fui,
Quale meritum,vel qualis gratia, michi te monstravit?

Ma Giovanni Bertoldi non fu il solo a tradurre in latino l’intera Divina Commedia. Già qualche decennio prima di lui si era cimentato nell’impresa il grammatico e poeta latino Matteo Ronto, monaco benedettino olivetano di origini veneziane, del cui lavoro sono arrivati fino a noi solo alcuni brani. Nella prima metà del Settecento fu la volta del gesuita napoletano Carlo d’Aquino. Altri traduttori seguirono nell’Ottocento, tra i quali meritano di essere citati, per le loro traduzioni in esametri dell’intero poema, l’abate vicentino Gaetano Dalla Piazza (1848) e l’umanista marchigiano Giuseppe Pasquale Marinelli (1874).

Ecco come quest’ultimo ha tradotto nel metro latino classico gli stessi versi riportati sopra:

Qualis, miracula rerum
Qui nova continuo videt, admiratur et haeret
Attonitus, secumque putat non esse vel esse;
Taliter is tunc obstupuit: dein lumina flexit,
Atque humilis Vati accessit; rituque minoris
Genva est amplexus. Latiae ingens gloria gentis,
Inquit, per quem est visum, quanta potentia nostrae
Sit linguae; o illius terrae, sum unde creatus,
Immortale decus, quae te mihi gratia monstrat?
Quale ingens meritum?

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[1] Si veda il video Glottide al minuto 44:42.

[2] Convivio, I, V, 7 e 12.