Diversi secoli prima che Dante nascesse era apparso nella Persia dell’epoca sasanide (forse verso il 550 d.C.) il Libro di Ardā Virāf (“Artāy Virāp Nāmak”), un testo religioso zoroastriano scritto nella lingua persiana di quel periodo (lingua pahlavi) che descrive il viaggio di un pio sacerdote, guidato da due angeli, in visita ai regni dell’oltretomba:  il Limbo, i ‘quattro paradisi’ (delle stelle, della luna, del sole e del Dio supremo) e infine le sedi infernali.  Diversi studiosi si sono soffermati sulle similitudini ravvisabili tra questo antico testo iraniano e la Commedia di Dante e qualcuno, tra cui il dotto sacerdote parsi Jivanji Jamshedji Modi (1854-1933) nei suoi Dante Papers del 1914, ha anche ipotizzato che quel testo possa essere stato per Dante una fonte di ispirazione.  Tuttavia, mai nessuno ha potuto dare una soddisfacente indicazione su come il racconto persiano, del tutto sconosciuto al Medioevo occidentale, potesse essere giunto a conoscenza del poeta fiorentino.

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In ogni caso il tema dei viaggi nell’oltretomba è evidentemente un tema che ha un suo indubbio rilievo nella cultura persiana. E ciò contribuisce forse a spiegare l’interesse non trascurabile che il poema di Dante Alighieri ha suscitato, almeno a partire dall’inizio del Novecento, tra gli intellettuali iraniani.

Il primo studioso persiano a occuparsi di Dante, a parte il sacerdote J.J. Modi, è stato lo storico e letterato Nassrollah Falsafi (1901-1981) che ha pubblicato nel 1928, nella rivista di studi iraniani Ayandeh, un saggio su Dante comprendente la parafrasi di alcuni brani dell’Inferno e del Purgatorio. [2]

Pochi anni dopo, nel 1932, il poeta e filosofo pachistano Muhammad Iqbal (1877-1938), che scrisse prevalentemente in persiano, pubblicò in tale lingua il suo poema mistico Javid Nama (“Libro dell’Eternità”), ispirato alla Divina Commedia, nel quale il poeta immagina di visitare le varie sfere celesti dell’aldilà guidato dal grande poeta mistico persiano Rumi, del XIII secolo, così come Dante è guidato nel suo viaggio nell’oltretomba da Virgilio. [3]

Nel 1953 lo scrittore Said Nafisi (1895-1966) pubblicava la traduzione delle prime dodici terzine dell’Inferno sulla rivista letteraria iraniana Daneshkadeh.  L’anno dopo lo storico e filologo Mojtaba Minovi pubblicava un volume di saggi su alcuni grandi letterati europei dedicandone uno particolarmente approfondito a Dante Alighieri (Teheran 1954).

Sempre negli anni Cinquanta, e precisamente nel 1957, è apparsa la prima versione completa della Divina Commedia in lingua persiana moderna (lingua farsi).  La si deve a Shojaeddin Shafa (1918-2010), letterato, traduttore, giornalista e diplomatico della Persia dello Scià Reza Pahlavi. Le recensioni che accolsero questa prima traduzione non furono particolarmente lusinghiere:  il francesista Sirus Zoka, confrontata la versione persiana con una versione francese, auspicò senza mezzi termini che qualcun altro potesse offrire ai persiani «una traduzione più accurata ed elegante, e al contempo più efficace», mentre secondo l’italianista Reza Queisariye il poema di Dante in versione di Shafa «perde ogni sua forma lirica e prende piuttosto un carattere prosaico». D’altro canto Shojaeddin Shafa (che è morto in esilio a Parigi) era nel suo paese un personaggio controverso anche per via della sua storia personale, dato che «aveva svolto principali funzioni di operatore culturale e consigliere al servizio della corte regia». [4]

Successivamente la lingua persiana ha avuto altre due traduzioni complete della Divina Commedia.

La più nota è la traduzione in versi, ultimata nel 1999, fatta da Farideh Mahdavi-Damghani, scrittrice e poetessa iraniana molto apprezzata nel suo paese ma nota anche all’estero.  La signora Mahdavi-Damghani è profonda conoscitrice della letteratura e della poesia europea e di quella italiana in particolare, avendo tradotto in persiano, oltre alla Divina Commedia, anche La vita nova, i Canti di Leopardi, il Canzoniere di Petrarca ed altri autori. Ha studiato anche in Francia, in Spagna e in Inghilterra.  La sua traduzione del poema di Dante ha vinto il premio “Città di Monselice”, nel 2003, ed ha poi formato oggetto di un evento organizzato dal Centro Relazioni Culturali di Ravenna, città che nel 2005 ha conferito alla scrittrice iraniana il titolo di cittadina onoraria.

L’ultima traduzione persiana, a cura di M. Nikbakht, è stata pubblicata Teheran nel 2007 (ed. Parsa) in due volumi:  vol. I Paradiso-Inferno e vol. II Purgatorio. [5]

L’Iran è una nazione di poeti.  La poesia iranica cominciò a fiorire nel IX secolo d.C. ed ebbe il suo periodo di massimo splendore tra i secoli XI e XIV, cioè a cavallo dell’epoca di Dante, quando la lirica era decisamente la forma letteraria più importante della cultura persiana.  Gli iraniani hanno un’autentica venerazione per i loro grandi poeti, ai quali hanno spesso dedicato mausolei imponenti, e ai quali riconoscono il grande merito di avere preservato la loro lingua e la loro cultura nei periodi di occupazione straniera.

Proprio ai tempi di Dante era in corso una delle occupazioni straniere più pesanti mai subite dalla Persia:  l’intero territorio dell’attuale Iran, infatti, faceva parte del cosiddetto Ilkhanato, che era un khanato (vale a dire un territorio retto da un khan) considerato parte integrante dell’Impero mongolo di Gengis Khan, che aveva invaso la Persia e tutta l’Asia centrale tra il 1215 e il 1220.  Ebbene, anche dopo l’invasione mongola la cultura persiana si mantenne intatta, grazie ai suoi poeti, e anche nel corso di quella dominazione poté continuare a produrre altri poeti di rilievo, come Hafez (1325-1389), detto l’usignolo di Shiraz.

Due dei maggiori poeti medioevali persiani, Rumi e Sa’di, furono contemporanei di Dante, anche se molto più anziani di lui essendo nati entrambi nel 1207:  quando morì Rumi, nel 1273, Dante aveva solo otto anni, mentre quando morì Sa’di, nel 1291, Dante era un giovane di ventisei anni.

Jalal Al-Din Mohammad Balkhi – detto Rumi – emigrò ad ovest con la sua famiglia per sfuggire alle invasioni mongole e passò il resto della sua vita a Konya, nell’odierna Turchia, dove si dedicò alla meditazione e agli studi teologici. Negli ultimi quindici anni di vita scrisse il suo capolavoro Masnavi (o Mathnawi), un grande poema mistico in sei volumi di circa 30.000 versi. [6]

Abū-Muhammad Muslih al-Dīn – detto Sa’di – era nativo di Shiraz, città che fu risparmiata dalla distruzione mongola e che, nel XIII secolo, divenne un centro-guida nelle arti e nelle lettere persiane.  Lo stesso Sa’di è noto anche come Sa’di Shirazi e la città di Shiraz darà i natali, nel 1325, anche a Hafez, il maggior poeta persiano del XIV secolo. Il clima di insicurezza dovuto alla dominazione mongola indusse comunque Sa’di a compiere numerosi viaggi in Medio Oriente, ma egli tornò nella sua città natale nel 1256, dove scrisse le sue due opere principali, il poema in versi Bustān (“Il Giardino”, 1257) e la composizione in prosa ritmica Gulestān (“Il Roseto”, 1258).

È piuttosto improbabile che a Dante sia giunta notizia di questi due importanti poeti persiani suoi contemporanei, anche perché ai suoi tempi la Persia era già da tempo sotto la dominazione dei mongoli e la città persiana di Tabriz era diventata la capitale dell’Ilkhanato. Negli anni della piena maturità di Dante, occupava il trono dell’Ilkhanato il mongolo Ghāzān Khān, che ne fu il sovrano più famoso e che, nel 1295, si convertì all’Islam contribuendo così all’islamizzazione della Persia. Ghāzān Khān morì nel 1304 e gli successe il fratello Oljeitu che regnò fino al 1316.

Marco Polo, che viaggiando verso la Cina era passato da Tabriz già nel 1275, vi era tornato anni dopo proprio per accompagnarvi, su incarico del  Gran Khan Kublai Khan, la principessa mongola Kokechin, che il Gran Khan aveva cortesemente inviato a re Ghāzān Khān come sua promessa sposa (fonte: Wikipedia).

È probabile che Dante avesse recepito qualche notizia sulla Persia del suo tempo e sullo splendore della città di Tabriz, che aveva colpito Marco Polo specialmente per la ricchezza del suo Gran Bazar. Sta di fatto che il nostro poeta cita i persiani (“li Perse”)  una sola volta, in una terzina del Paradiso, ma impiegandone il nome in una sineddoche (la parte per il tutto) per indicare non soltanto loro, ma – più in generale – tutti i popoli non cristiani (Par., canto XIX, versi 112-114):

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Riportiamo qui di seguito la stessa terzina nella traduzione in lingua persiana di Farideh Mahdavi-Damghani:

 Per saperne di più, sul senso di questa terzina e della relativa sineddoche, cliccare qui.

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[1] Francesco Gabrieli, in Enciclopedia Dantesca, Vol. I, 1970, pp. 353-354; Italo Pizzi, Storia della poesia persiana, Torino 1894; Edgar Blochet, Les sources orientales de la Divine Comédie, Paris 1901; Jivanji J. Modi, Dante Papers, Bombay 1914; Antonino Pagliaro, Alessandro Bausani, Storia della letteratura persiana, Milano 1968, pp. 91-96. Il testo completo dell’operetta persiana è pubblicato in originale e con traduzione inglese in Fereydun Vahman, Ardā Virāz Nāmag. The Iranian ‘Divina Commedia’, London and Malmö 1986, che riproduce anche il facsimile del manoscritto MS.K20 conservato presso la Royal Library di Copenaghen. Quello che riproduciamo in questa pagina web è il primo foglio di tale manoscritto.

[2] Ayandeh,  II, nn. 9-10, pp. 663-671, con traduzione dei versi  1-9, 22-36 e 40-51 del canto III dell’Inferno, dei versi 112-129 del canto X del Purgatorio e dei versi finali del canto XXXIII dello stesso Purgatorio. Cfr. Fatemeh Asgari, La Divina Commedia in versione persiana, pubblicato in rete:  http://www.diras.unige.it/Adi%202010/Asgari%20Fatemeh.pdf.

[3] A proposito del poeta mistico persiano Rumi si veda infra, nota 6.  Il Javid Nama di Iqbal è stato tradotto in italiano da Alessandro Bausani ed è stato pubblicato con il titolo Il poema celeste (Bari 1965).  La traduzione in inglese, ad opera di Arthur J. Arberry è stata pubblicata a Londra nel 1966. Sia il testo originale del poema che la traduzione inglese sono accessibili in rete, pubblicati dalla Iqbal Academy di Londra.

[4] Cfr. Angelo Michele Piemontese, La letteratura italiana in Persia, Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2003, pp. 60-66.

[5] Fatemeh Asgari, La Divina Commedia in versione persiana, cit., p. 2.

[6] Il poema mistico Masnavi di Rumi è stato pubblicato integralmente in italiano con il titolo Mathnawī: il poema del misticismo universale, traduzione di Gabriele Mandel, 6 voll., Bompiani, Milano 2006.  In inglese è apparsa una traduzione parziale (i primi tre libri) a cura di Jawid Mojaddedi, The Masnavi, Oxford World’s Classics Series, Oxford University Press, 2004-2007. Una versione ridotta dell’intero poema è stata pubblicata in inglese nel 1887 a cura di Edward Henry Whinfield ed è accessibile in rete.

Isfahan, capital of the Kingdom of Persia - 1725