Antica mappa di Napoli secondo Johann Homann, 1727

Nel De Vulgari Eloquentia Dante non si è soffermato in modo specifico sul volgare di Napoli, del quale forse aveva una conoscenza insufficiente, ma si è limitato a citarlo insieme con il volgare di Gaeta come esempio di differenziazione linguistica marcata tra città pur molto vicine tra loro, inserendolo poi nella più ampia zona linguistica meridionale che egli chiama Apulia. [1]

Del resto, non sembra che Napoli, i suoi monumenti e le sue ricchezze culturali fossero molto presenti nei pensieri di Dante. Si direbbe anzi che l’avversione del poeta verso la politica francese avesse generato in lui, come effetto collaterale, anche una relativa freddezza nei confronti di quella città . Infatti, ai tempi di Dante, il regno di Napoli era nelle mani degli Angioini del ramo di Sicilia, verso i quali il poeta nutriva quella stessa veemente antipatia che egli manifestava senza mezzi termini nei confronti della casa regnante di Francia. Un’antipatia dovuta al fatto che gli uni e gli altri regnanti erano alleati del papato, avevano rovesciato la monarchia sveva, alla quale andavano le simpatie del poeta, ed erano nemici di quell’Impero di cui Dante vagheggiava il ripristino.

Sta di fatto che l’unico punto della Divina Commedia dove è citata esplicitamente la città partenopea è nel canto terzo del Purgatorio (versi 25-27). Dante, essendo da poco uscito dalle tenebre dell’Inferno alla luce del sole, rivede per la prima volta la propria ombra e, non vedendo quella di Virgilio accanto alla sua, ha un attimo di paura perché teme che il grande poeta l’abbia abbandonato.

Publio Virgilio Marone

Virgilio lo rassicura, e gli rammenta che da quando egli è morto, in quel di Brindisi, il suo corpo si trova sepolto a Napoli, quindi non può più fare ombra:

Vespero è già colà dov’ è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

Ecco come questi versi sono stati tradotti in napoletano da Nazario Napoli Bruno:

È ssera, ’o ssaje, lla mo addó sta atterrato
’o cuorpo mio c’allora ombra faceva,
’a Brinnese po’ a Nnapule purtato.

A parte i primi tre canti del Purgatorio e i canti primo e trentatreesimo del Paradiso, tradotti recentemente da Nazario Napoli Bruno, noi di Dantepoliglotta non disponiamo di traduzioni in napoletano di queste due cantiche né sappiamo se siano mai state tradotte.
Mancano notizie anche circa i nostri due traduttori napoletani dell’Inferno: Domenico Jaccarino(1840 – 1894), un originale e geniale gentiluomo ottocentesco che esibisce una lunga lista di titoli nel frontespizio del suo Dante popolare o la Divina Commedia in dialetto napolitano, e Matilde Donnarumma, una raffinata poetessa che sospettiamo essere parente della cantante Elvira Donnarumma (1883-1933), celebre interprete della canzone napoletana.

Informazioni su Domenico Jaccarino sono pervenute a Dantepoliglotta nel 2015 (cliccare qui).

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Aprile 2013. Dantepoliglotta riceve una mail molto gentile da parte della signora Matilde Donnarumma, la quale ci informa di non essere parente della cantante Elvira Donnarumma, come ipotizzavamo, bensì pronipote dell’editore Luigi Pierro, titolare di una prestigiosa casa editrice napoletana attiva tra la fine dell’Ottocento e le prime decadi del Novecento.  Matilde Pierro Donnarumma terminò la sua traduzione dell’Inferno nei primi anni Sessanta. I primi canti vennero pubblicati e distribuiti settimanalmente nelle edicole a partire dal gennaio 1965, pubblicizzati da questa locandina:

Gennaio 2016. La signora Matilde Pierro Donnarumma ha ultimato la sua traduzione in napoletano, in terza rima, dell’intera cantica del Purgatorio. L’opera è ancora inedita, ma Dantepoliglotta ne presenta in anteprima il canto XXVI (cliccare qui).  L’opera di Matilde Pierro Donnarumma è il tema di un servizio giornalistico apparso il 6 gennaio 2016 sul Corriere del Mezzogiorno, supplemento napoletano del Corriere della Sera (cliccare qui).


[1] De Vulgari Eloquentia, I, IX, 4 e I, XII, 7-9.

Homann, Castel dell’ovo, Napoli, 1734