Ai tempi di Dante la Sardegna era divisa in quattro regni autonomi, chiamati “Giudicati”:  Logudoro e Gallura nella parte nord dell’isola e, nella parte sud, Arborea e Cagliari. A quell’epoca i Giudicati sardi, che già nell’undicesimo secolo avevano stretto alleanza con Genova e Pisa per respingere i tentativi di conquista dell’isola da parte degli arabi, mantenevano intensi rapporti con le due repubbliche marinare.  Il Giudicato di Gallura, in particolare, dal sec. XII era sotto l’influenza incontrastata di Pisa e, dai primi del XIII, era retaggio personale della famiglia pisana dei Visconti.

Nino Visconti, coetaneo e buon amico di Dante, era stato l’ultimo sovrano del giudicato di Gallura, che aveva retto fino alla sua morte prematura avvenuta nel 1296. Dante ne incontra lo spirito nel Purgatorio (Canto VIII, versi 46-84) e gli si rivolge con grande affetto raccogliendo la sua preghiera di ricordarlo, dopo il suo ritorno nel  mondo dei vivi, a sua figlia Giovanna. Nino Visconti manifesta al poeta anche la sua amarezza per il fatto che la sua giovane moglie Beatrice d’Este [1] abbia sposato in seconde nozze Galeazzo Visconti, della famiglia Visconti di Milano, omonima ma non imparentata con quella pisana.  Dante solidarizza visibilmente con il suo amico Nino, e ne riferisce il commento risentito:  quando Beatrice morirà, e sulla sua tomba comparirà l’insegna dei Visconti di Milano, nella quale campeggia una vipera, ciò non le farà l’onore che le avrebbe fatto l’insegna dei Visconti di Pisa, nella quale campeggia invece il gallo di Gallura:

Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura. 

Ecco come suonano questi tre versi (Purg., VIII, 79-81) nella traduzione in sardo logudorese di Pedru Casu:

No li dê’ fagher cuddha sepultura
sa pibera pro chi Milanu accàmpada
chi l’hia’ fattu su puddh’’e Caddhura.

La Sardegna è menzionata anche nell’Inferno, là dove Dante e Virgilio incontrano quel singolare personaggio di Ciampólo di Navarra.  Siamo nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio, dove i barattieri, vale a dire i pubblici funzionari corrotti, scontano la loro pena immersi nella pece bollente.  Ciampolo è uno di questi dannati perché, quando era al servizio del re Teobaldo II di Navarra, si era reso colpevole di atti di malversazione. I due poeti lo vedono mentre, essendo imprudentemente emerso dalla pece, i diavoli lo stanno punendo arpionandolo ferocemente.

Nonostante il momento non sia dei più propizi per una conversazione, Ciampolo si presta a rispondere alle domande di Virgilio, che vuole sapere da lui se conosca, in quella bolgia, qualche barattiere italiano. E lui risponde di essere stato fino a poco prima in compagnia di due barattieri sardi, giù nel profondo della pece, prima di avere la malaugurata idea di mettere fuori la testa da quel liquame.  Si tratta di due pubblici funzionari corrotti rispettivamente del giudicato di Gallura e del giudicato di Logudoro:  frate Gomita e Michele Zanche.

Frate Gomita era stato un alto funzionario al servizio di Nino Visconti di Gallura e si era reso responsabile di ogni sorta di frode, sino al punto di rimettere in libertà, per un compenso in denaro, certi nemici del suo signore che erano stati fatti prigionieri;  Michele Zanche, esponente di una delle più ricche famiglie di Sassari, era stato un ufficiale al servizio di re Enzo, figlio di Federico II di Svevia e marito di Adelasia di Torres, signora del giudicato del Logudoro (Inferno, XXII, 81-90).

Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
Danar si tolse, e lasciolli di piano,
sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche […]».

Quelli che seguono sono gli stessi versi nella lingua sarda logudorese della Barbagia.  La traduzione è di Paulu Monni, nativo di Dorgali, vale a dire di un’area della Barbagia che ai tempi di Dante era compresa nel giudicato di Gallura:

Rispostu at isse: «Prade fit Gomida;
Cuddu ’e Gaddura, d’onzi trassa riccu,
c’aìat nimigos de su donnu in manu
e gosi at fattu c’onzunu nd’at alliccu.
Soddu at chertu pro los lassar de pranu;
— goi narat isse — e in donzi opera ancu
fit baratteri mannu e soberanu.
Cun isse est puru Don Michelli Zancu
de Logudoro; e nende de Sardinna
sa limba issoro mai non benit mancu […]».

Seguono gli stessi versi tradotti in sardo logudorese occidentale da Pedru Casu:

Isse nelzei’:  «Fi’ Padre Cumida,
su ‘e Saldigna, babb’’e ogn’ingannu.
Nimigos de su mere apendh’in manu
(ognunu como si ndhe tene’ mannu)
si leid oro e los lassà’ – de planu, –
comente na’. In dogn’ater’assuntu
fi’ baratteri mannu e soberanu.
Donnu Micheli Zanche a iss’es giuntu
de Logudoro: e pro sas cosas saldas
tenen sa limba armada a totu puntu […]».

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[1] Da non confondere con l’omonima Beatrice d’Este che, duecento anni più tardi, fu moglie del sovrano milanese Ludovico Sforza detto “Il Moro”.