Battaglia di Köse Dağ (1243), i mongoli sconfiggono i turchi Selgiuchidi di Anatolia, miniatura del secolo XIV

Il primo nucleo dell’attuale stato turco può farsi risalire a non molto prima dell’epoca di Dante, dopo che popolazioni turche della dinastia Selgiuchide, originarie delle terre a nord del Mar Caspio e del Lago d’Aral (nell’attuale Kazakistan), avevano cominciato la loro graduale conquista dell’Anatolia, sottraendola all’Impero Bizantino e fondandovi un loro sultanato. Nel 1243 i sultani selgiuchidi dovettero però soccombere all’avanzata dei Mongoli e ne divennero vassalli, restando tali durante tutti gli anni in cui visse Dante.

La conoscenza che Dante aveva della Turchia di allora era piuttosto approssimativa e derivava probabilmente dai resoconti dei mercanti fiorentini che con quel paese avevano rapporti commerciali, specialmente per l’importazione di tessuti di lana vivacemente colorati.

[1] Non a caso, l’unico punto della Divina Commedia in cui si citano i Turchi è quello in cui Dante ricorda quei drappi variopinti di loro produzione:  il poeta li paragona – insieme con le tele di Aracne – alla fantasmagoria multicolore del corpo di Gerione, un mostro alato custode dell’ottavo cerchio dell’Inferno (Inf., XVII, 17-18).

L’occasione si presenta quando Dante e Virgilio devono scendere nel baratro che separa il cerchio settimo dell’Inferno dall’ottavo (Malebolge), dove sono punite le anime dei fraudolenti.  I due poeti si fanno trasportare in fondo al baratro proprio sulla groppa di Gerione, che Dante ci descrive  e ci presenta come un mostro che simboleggia la Frode e appesta il mondo intero:  ha la faccia di un uomo onesto, che ispira fiducia, ma ha due zampe pelose fino alle ascelle e il corpo da serpente che termina con una coda a punta, armata come quella di uno scorpione.

È a questo punto della descrizione che interviene l’accenno alla Turchia e ai suoi panni variopinti.  Il tronco e i fianchi di Gerione sono cosparsi di nodi e rotelle dai colori talmente vivaci, da superare la fantasmagoria dei drappi multicolori fatti da Turchi e Tartari, oltre che delle tele preziose tessute da Aracne.

Riportiamo qui sotto la tavola di Sandro Botticelli raffigurante Gerione.  Seguono i versi originali di Dante dove il mostro viene descritto e dove si menzionano i drappi variopinti di cui sopra (Inf. XVII, 1-18).[2] Riportiamo infine gli stessi versi nella traduzione in turco fatta da Rekin Teksoy.

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.
E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ‘n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.

«İşte dağları delen, surları, zırhları deşen,
kuyruğu sivri canavar,
işte dünyayı kokutan canavar!»
Ustam bunları dedi bana; sonra,
üzerinde yürüdüğütmüz kayaların kenarına
yaklaşmasını işmar etti ona.
O iğrenç dalavereci yanımıza geldi,
başıyla gövdesini gösterdi,
ama kuyruğunu kıyıya çekmedi.
Yüzü dürüst insan yüzü gibiydi,
yanıltıcı bir uysallık içindeydi,
yılan vücuduydu vücudun geri kalanı;
koltuklarına dek kıllı iki pençesi vardı,
sırtı, göğsü, iki yanı
renkli yumrularla, halkalarla kaplıydı.
Türkler de, Tatarlar da, renkleri daha canlı
kumaşlar işleyip dokuyamazlardı,
Arakhne bile böyle kumaş yapamazdı.

——-

Anche la figura mitologica dell’impareggiabile tessitrice Aracne è in qualche misura riconducibile alla Turchia. Colofone, patria di Aracne, era una città della Lidia nei pressi di Efeso (odierna Turchia) e le sue rovine sono oggi visitabili sulle rive del Mar Egeo, di fronte all’isola di Samo, a circa settanta chilometri a sud di Smirne (İzmir).

Aracne aveva avuto l’ardire di sfidare Atena a una gara di tessitura. La dea, protettrice di quell’arte, aveva accettato la sfida, ma poi aveva stracciato la pur bellissima tela tessuta da Aracne e aveva punito il suo atto di superbia trasformando la giovane in un ragno e condannandola così a continuare la sua arte appesa a un filo.

Dante riprende il mito di Aracne nel Purgatorio, nel girone dei superbi, dove il pavimento è lastricato di bassorilievi raffiguranti esempi di superbia punita.  In uno dei bassorilievi Dante vede Aracne rappresentata, già parzialmente trasformata in ragno, sui brandelli della sua tela (Purg., XII, 43-45):

O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l’opera che mal per te si fé.

Versi che Rekin Teksoy ha tradotto in turco come segue:

Ey çılgın Arakhne, kötülüğün
için dokunan kumaşın  kıvrımlarında, seni üzgün
Ve artık yarı örümcek gibi gördüm.

Ed ecco come Aracne è rappresentata in una famosa illustrazione di Gustavo Doré:


[1] Guido Rispoli, in Enciclopedia Dantesca, Vol. V, p. 759.

[2] I due termini impiegati da Dante (“sommesse” e “sopraposte”) servono a designare le due diverse ornamentazioni realizzate colorando direttamente le trame di fondo del tessuto (sommesse) ovvero applicandovi sopra ricami o disegni in rilievo (sopraposte).