Medieval map of Russia

Dante non poteva che avere un’idea molto sommaria della lontana Russia, che ai tempi suoi era
dominata dai mongoli di Gengis Khan, o meglio dai suoi successori, dato che il grande sovrano
era morto una quarantina di anni prima che Dante nascesse. Ma qualche cognizione meno
imprecisa Dante doveva averla almeno della regione della Crimea e del fiume Don, anticamente
detto Tanai, dato che con quell’area avevano intensi rapporti commerciali le repubbliche marinare,
specialmente Venezia e Genova.

Al di là di queste pur sempre vaghe cognizioni, di una cosa però il nostro sommo Poeta era
piuttosto sicuro: in quei posti lì, che probabilmente lui immaginava ancora più a nord di quanto non
fossero, d’inverno doveva fare un freddo… ma un freddo… ma un freddo… che giusto i ghiacci
dell’ultimo cerchio dell’inferno potevano essere peggio.

Ed è proprio questo che Dante ci dice nel trentaduesimo canto dell’Inferno, per meglio illustrare
l’enorme spessore della crosta di ghiaccio della Caina, il lago gelato in cui sono immersi fino al
collo i traditori dei parenti. Uno spessore che supera quello che si forma d’inverno sulla superficie
del Danubio in Austria e persino quello che si forma lassù – udite udite! – sulla superficie del Don;
che se anche ci fossero cadute sopra intere montagne,(1) nemmeno l’orlo di quel lago avrebbe
scricchiolato (Inf., XXXII, 25-30):

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ‘l freddo cielo,
com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

Ed ecco come suonano questi versi nella versione russa di Michail Lozinskij:


[1] Dante cita due montagne – Tambernicchi e Pietrapana – che i commentatori non sanno identificare con
precisione, ma che probabilmente sono rispettivamente il monte Tambura e il monte Pania, entrambi in
Toscana nella catena delle Alpi Apuane.