Genova - Palazzo di Branca Doria

Nei ghiacci della Tolomea (Cocito) sono immerse le anime dei traditori degli ospiti, gli unici dannati le cui anime sprofondano nell’Inferno più profondo immediatamente dopo la consumazione del loro tradimento mentre il loro corpo sopravvive per un certo tempo “occupato” da un diavolo. Tra questi dannati Dante incontra Alberigo dei Manfredi, frate gaudente di famiglia romagnola, che si era macchiato di quel peccato avendo fatto assassinare alla sua mensa due ospiti dopo averli appositamente invitati a pranzo nella sua villa. Ed è proprio frate Alberigo che rivela a Dante la peculiarità della pena riservata a chi si è reso responsabile di un delitto così atroce, e che gli indica l’anima che gli sta accanto, resasi colpevole di un delitto dello stesso tipo: si tratta di Branca Doria, uomo politico genovese che ebbe vari incarichi in Sardegna e che, essendo genero del signore del Logudoro Michele Zanche, nel 1275 lo invitò a un banchetto e lo fece trucidare per impossessarsi dei suoi domini. Di qui il giudizio severo di Dante su Branca Doria e la sua invettiva contro i genovesi.
Si riporta qui di seguito il brano relativo (Inf., XXXIII, 151-157) sia in originale che nella versione genovese di Federico Angelico Gazzo.

Ahi Genovesi, uomini diversi 

d’ogne costume e pien d’ogne magagna, 

perché non siete voi del mondo spersi? 

Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna, 

ed in corpo par vivo ancor di sopra.

Ay Zeneyxi, Zeneyxi, òmmi divèrsci

D’ògni costûmme e pin d’ògni magagna,

Perché da o mundo, no sey voï despersci?

Che cu’ o spíritu pezo de Romagna;

Trovòw gh’ho ûn de voï ätri, scí cattivo,

Che in ánima in Coçitto zà, o se bagna,

E sciù dedäto, in còrpo, o pä ancón vivo.