Prima dell’epoca di Dante l’Islanda fu per oltre tre secoli uno stato indipendente, ma nel XIII secolo si verificarono fratture nel governo del paese che produssero un periodo di gravi lotte di potere.
Questa situazione diede l’occasione al re di Norvegia Håkon IV di intervenire nell’isola nel 1262, quando il suo lunghissimo regno stava per volgere al termine, imponendo agli islandesi una sorta di patto confederale (il Gamli sáttmáli, che in islandese significa Vecchio Patto), che era sostanzialmente una sottomissione alla corona norvegese.  Il popolo islandese dovette fare buon viso a cattivo gioco, il governo locale venne sciolto e gli islandesi dovettero giurare fedeltà a quella corona.

Il Gamli sáttmáli venne rinnovato nel 1302 su richiesta di Håkon V, nipote di Håkon IV, che regnò sulla Norvegia dal 1299 al 1319, vale a dire quando Dante era un uomo maturo e impegnato a scrivere gran parte delle sue opere principali.  Håkon V è appunto il re di Norvegia cui il poeta allude, con parole non molto lusinghiere, nel canto XIX del Paradiso.  [Fonte: Wikipedia]

 

Non sappiamo quante e quali notizie avesse Dante dell’Islanda, ma è probabile che sapesse dell’esistenza del vulcano Hekla, il più famoso vulcano dell’isola, che era entrato nell’immaginario collettivo dell’Europa medievale per via delle sue eruzioni terrificanti.

 

La prima grande eruzione storica che si ricordi, avvenuta nel 1104, fece conoscere il vulcano in tutta Europa, ma una seconda disastrosa eruzione del vulcano Hekla, che si protrasse per un anno causando centinaia di morti, si verificò l’11 luglio 1300, cioè nell’anno in cui Dante, ritenendo di essere “nel mezzo del cammin” della sua vita, decise di collocare il suo viaggio nell’oltretomba.

Particolare curioso, sin dall’eruzione del 1104 si era radicata in Europa la credenza – pare propagata ad arte dai monaci cistercensi – che il vulcano Hekla fosse la porta dell’inferno. Ma certamente Dante, anche ammesso che sapesse di questa leggenda, non ci credeva affatto, data la sua decisione di collocare l’Inferno, e la relativa porta, in tutt’altra parte del globo. 

È famosissima l’iscrizione che sovrasta la porta dell’Inferno e che si legge nelle prime tre terzine del terzo canto della Cantica omonima di Dante:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’entrate.

Riportiamo qui di seguito la stessa iscrizione infernale, tratta dalla traduzione della Divina Commedia in prosa islandese di Erlingur E. Halldórsson, che non sfigurerebbe affatto se venisse collocata sull’orlo del cratere centrale del vulcano Hekla:

UM MIG LIGGUR LEIĐIN TIL BORGAR PÍSLANNA,
UM MIG LIGGUR LEIĐIN TIL EILÍFRA KVALA,
UM MIG LIGGUR LEIĐIN TIL HINNA GLÖTUĐU.
RÉTTLÆTI BJÓ TIL MINN HÁI SMIĐUR;
HÖFUNDUR MINN VAR GUĐLEGUR MÁTTUR,
ÆĐSTA SPEKIN, OG FRUMÁSTIN.
Á UNDAN MÉR VORU AĐEINS EILÍFIR HLUTIR SKAPTIR,
OG ÉG VARI EILÍFLEGA:
LÁTIĐ AF ALLRI VON, ÞIĐ SEM GANGIĐ HÉR INN.