Quando Dante Alighieri e Carlo Martello d’Angiò si incontrarono a Firenze e divennero amici correva l’anno 1294. Dante aveva 29 anni mentre il giovane principe, figlio del re di Napoli Carlo II e di Maria Árpád d’Ungheria, ne aveva 23 ed era allora re d’Ungheria, ancorché solo di nome e non di fatto.

Gli antefatti dell’incontro di Carlo Martello con Dante sono un po’ complicati e risalgono a dieci anni prima quando, nel 1284, durante la guerra dei Vespri Siciliani, suo padre Carlo II fu fatto prigioniero dal re di Aragona e gli fu quindi impedito di prendere possesso del trono di Napoli alla morte del suo predecessore Carlo I (1285).  Carlo II rimase prigioniero per cinque anni, ma anche dopo il suo rilascio dovette trascorrere altri cinque anni in esilio a Parigi prima che il re di Aragona gli consentisse di rientrare a Napoli e riprendere lo scettro.  Durante l’assenza di re Carlo II il trono di Napoli era rimasto affidato alla reggenza del conte Roberto d’Artois. Ma nel 1289, al compimento del diciottesimo anno d’età, Carlo Martello era diventato vicario del re suo padre.

Fu anche in questa veste di vicario del re di Napoli che Carlo Martello, nel febbraio 1294, si recò a Firenze per andare incontro ai suoi genitori che rientravano dalla Francia. Ebbene, in questa occasione la città toscana inviò una delegazione, della quale faceva parte anche Dante, per accogliere il principe con gli onori del caso.  Fu così che il poeta e il principe ebbero modo di conoscersi di persona e di apprezzarsi a vicenda, anche perché condividevano gli stessi gusti letterari. Essi non ebbero però la possibilità di frequentarsi a lungo, perché Carlo Martello morì di peste poco più di un anno dopo, nell’agosto 1295.

Per quanto riguarda la corona di Ungheria, nel 1290 era morto senza eredi diretti il re di Ungheria Ladislao IV, zio di Carlo Martello in quanto fratello di sua madre Maria Árpád, ragion per cui Carlo II, dal suo esilio parigino, aveva rivendicato i diritti della moglie (e quindi di suo figlio Carlo Martello) su quel regno.  Dal 1292 Carlo Martello aveva formalmente acquisito il titolo di re d’Ungheria, che però era rimasto puramente teorico:  ad occupare il trono magiaro, grazie anche al sostegno di alcuni nobili, era stato infatti Andrea III, discendente di un altro ramo della dinastia Árpád, di cui fu ultimo sovrano.

Andrea III morì nel 1301 e, dopo un burrascoso periodo di interregno, nel 1308 il titolo di re d’Ungheria che era appartenuto solo formalmente a Carlo Martello poté tramandarsi a suo figlio Caroberto (Carlo Roberto d’Angiò), nato dal suo matrimonio con Clemenza figlia di Rodolfo d’Asburgo, il quale regnerà fino al 1342 come re di Ungheria e di Croazia.

Dante dedica a Carlo Martello un lungo brano della Divina Commedia (Paradiso, VIII, 31-148 e Paradiso, IX, 1-12) che racconta l’incontro affettuoso che il poeta immagina di avere con l’anima del principe nel terzo cielo del Paradiso (Cielo di Venere). La profondità dell’amicizia che li lega emerge chiaramente dalle parole con cui l’anima di Carlo Martello si presenta a Dante, che stenta a riconoscerlo per l’intensità della luce che la circonda (Canto VIII, vv. 49-57):

Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.

Gli stessi versi nella traduzione ungherese di Mihály Babits:

Nei versi successivi Carlo Martello spiega che, se il malgoverno degli Angioini non avesse scatenato a Palermo la rivoluzione dei Vespri Siciliani contro i francesi («non avesse / mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”»), egli avrebbe regnato nella terra di Provenza, attraversata dai fiumi Rodano e Sorga, e in Italia meridionale, dove sorgono le città di Bari, Gaeta e Catona e dove scorrono i fiumi Tronto e Garigliano.  Tanto più che lui era già stato incoronato re d’Ungheria, la terra attraversata dal Danubio; e che lui e i suoi eredi («nati per me di Carlo e di Ridolfo») avrebbero regnato anche sulla stessa Sicilia, dove l’Etna domina con le sue eruzioni (Canto VIII, vv. 58-75):

Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ‘l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.

Gli stessi versi nella traduzione ungherese di Mihály Babits:

Dante cita nuovamente l’Ungheria nel canto XIX del Paradiso, là dove, attraverso la voce dell’Aquila Celeste, egli lancia un’invettiva contro i cattivi governanti e fa un riferimento indiretto, nei versi 142-143, proprio a quei principi europei che hanno impedito a Carlo Martello di salire al trono di Ungheria  e che hanno poi tardato fino al 1308 l’accesso a quel trono di suo figlio Carlo Roberto d’Angiò:

Oh beata Ungaria se non si lascia
più malmenare!

Gli stessi versi nella traduzione ungherese di Mihály Babits:

Óh, boldog Magyarország! csak ne hagyja
magát félre vezetni már.

——-

La fortuna di Dante in Ungheria inizia molto presto. Già nella seconda metà del Quattrocento, alla corte del re d’Ungheria Mattia Corvino (1458-1490), le opere di Dante erano conosciute e molto apprezzate. Il gruppo neoplatonico della corte, tra l’altro, era in attiva corrispondenza con gli ambienti culturali toscani e in particolare con gli umanisti Marsilio Ficino (1433-1499), che aveva tradotto in volgare la Monarchia, e Aurelio Brandolino Lippo (1440-1497), che aveva insegnato a Buda su invito di re Mattia e che nei suoi studi aveva evidenziato alcune affinità tra la Monarchia e la Commedia.

I primi saggi di traduzione in ungherese di brani della Commedia si devono al filologo Gábor Döbrentei (1786-1851), che nel 1806 tradusse in prosa i canti I e V dell’Inferno, e al poeta Ferenc Császár (1807-1858), che tradusse in versi, intorno al 1850, i primi sette canti e il canto XXXIII dell’Inferno.

Il primo traduttore all’altezza del grave compito di tradurre l’intera Commedia in terza rima fu il poeta e traduttore Károly Szász (1829-1905), che pubblicò le tre cantiche rispettivamente nel 1885, nel 1891 e nel 1899. Ma la traduzione di gran lunga più apprezzata è quella del poeta Mihály Babits (1883-1941), pure in terza rima, che apparve tra il 1913 (anno di pubblicazione dell’Inferno) e il 1923 e che è diventata un’opera classica della letteratura ungherese. Una recentissima traduzione dell’Inferno in endecasillabi sciolti è stata pubblicata nel 2012 dal poeta budapestino Ferenc Baranyi (n. 1937).