Hartmann Schedel (1440-1514) - Veduta di Roma - 1490

Dante, che aveva dimestichezza con la Roma della signoria pontificia di Bonifacio VIII e del primo grande giubileo del 1300, ci fa sapere che la città eterna aveva gravi problemi di traffico anche all’epoca sua, specialmente nel pieno dell’anno giubilare, quando un’enorme quantità di pellegrini si ammassava quotidianamente sul Ponte Sant’Angelo, chi per andare verso San Pietro, chi per tornare al di là del Tevere verso Monte Giordano.

Sennonché, i cittadini romani (o più probabilmente gli antesignani degli odierni pizzardoni) avevano trovato il modo  più acconcio per far passare tutta quella gente (hanno a passar la gente modo colto) disciplinando l’afflusso e il deflusso dei pellegrini lungo due distinte corsie. Dante evoca le due schiere opposte di pellegrini che attraversano il ponte Sant’Angelo paragonandole alle due lunghe schiere di peccatori – ruffiani e seduttori – che egli incontra nella prima bolgia dell’ottavo cerchio, e che girano in opposta direzione sorvegliati e frustati da diavoli cornuti.

Giovanni Stradano, Malebolge

Si riporta qui di seguito il brano in questione (Inf., XVIII, 25-33) in originale e nella libera versione romanesca di Aurelio Ranieri.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,
come i Roman per l’essercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che da l’un lato tutti hanno la fronte
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro;
da l’altra sponda vanno verso ’l monte.

Dettaglio con Castel S'Angelo e Ponte S. Angelo

In quela prima borgia, a destra c’era
‘na mucchia de persone: un campionario
de gente ‘gnuda e cruda e che coreva
un po’ in d’un senso e l’antra all’incontrario…
Come nell’Anno Santo der Trecento
a Roma, su quer ponte de Castello,
nun c’era intoppo pe’ l’affollamento,
così l’annà e venì de quela gente
nun tarava nemmanco d’un capello.

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Non risulta che siano state pubblicate altre traduzioni della Divina Commedia in dialetto romanesco oltre a quella, piuttosto libera, di Aurelio Ranieri. Merita però di essere segnalata una bella traduzione inedita, in terza rima, dell’episodio di Paolo e Francesca (Inf., V, 79-142), fatta recentemente dalla poetessa romana contemporanea Maddalena Capalbi (cliccare qui).