John Norden's map of London 1593

All’epoca di Dante l’Inghilterra, che era governata dai Plantageneti, rappresentava per Firenze un’importantissima direttrice di scambi commerciali, tanto che a Londra i fiorentini possedevano una succursale di un banco di cambio. Nella Divina Commedia si fa spesso riferimento a personaggi ed episodi della storia britannica, al punto che alcuni illustri dantisti inglesi dell’Ottocento si convinsero che Dante avesse visitato Londra e avesse addirittura soggiornato per ragioni di studio a Oxford.

L’ultimo sostenitore di questa tesi, che però i dantisti di oggi ritengono infondata, è stato  William E. Gladstone (1809-1898), uomo politico e più volte primo ministro inglese, il quale basava la sua opinione, tra l’altro,  su tre versi del dodicesimo canto dell’Inferno, là dove il Poeta accenna all’assassinio, avvenuto nel 1271, di Enrico di Cornovaglia, nipote di re Enrico III, pugnalato a morte in chiesa, durante la messa (addirittura nel momento dell’elevazione), da Guido di Montfort, conte di Leicester. L’orribile delitto aveva suscitato una grande emozione tra i contemporanei e il cuore lacerato e ancora sanguinante della vittima, secondo il cronista dell’epoca Giovanni Villani, venne riposto in una coppa d’oro poi sistemata «in su di una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume di Tamigi».

Nel girone dei violenti contro il prossimo il centauro Nesso mostra a Dante alcuni dei dannati che sono immersi nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente che attraversa quel girone. Tra loro Nesso indica a  Dante e Virgilio un’anima che se ne sta in disparte, dicendo che si tratta appunto di Guido di Montfort (Inf.,  XII, 118-120):

Mostrocci un’ombra dall’un canto sola
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamici ancor si cola”.

Gli stessi versi, nella traduzione inglese di Allen Mandelbaum, suonano così:

He pointed out one shade, alone, apart,
and said: “Within God’s bosom, he impaled
the heart that still drips blood upon the Thames”.