Ancient map of Greece

Dante, nel suo poema, nomina spesso la Grecia e i greci, ma sempre con riferimento all’antichità classica, anche perché ai suoi tempi uno stato ellenico non esisteva e i territori dell’odierna Grecia erano divisi tra più stati. Particolarmente frequenti sono i riferimenti alla guerra di Troia, ad esempio quello in cui Dante ricorda la condizione della Grecia durante quel conflitto, quando tutti gli uomini validi erano partiti ed erano rimasti solo i bambini. L’ occasione si presenta nel ventesimo canto dell’Inferno (Inf., XX, 106-111), quando i due Poeti arrivano nella bolgia degli indovini (dove i dannati sono costretti a camminare con la testa stravolta all’indietro) e Virgilio mostra a Dante l’indovino greco Euripilo, il quale, insieme con il suo collega Calcante, aveva indicato il momento astrologicamente favorevole a tagliare gli ormeggi per salpare verso Troia.

Quelli che seguono sono i versi relativi nell’originale di Dante, immediatamente seguiti dalla loro traduzione in greco moderno fatta dal poeta Nikos Kazantzakis.[1]

Allor mi disse: «Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,
sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ‘l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune…»

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Nikos Kazantzakis è stato un importante narratore, saggista e poeta cretese del Novecento. La sua fama al di fuori della madrepatria – legata pressoché esclusivamente al suo romanzo Zorba il greco – non rende giustizia ai suoi effettivi meriti letterari. La sua traduzione della Divina Commedia in endecasillabi sciolti, nella lingua neogreca demotica (che sta al greco classico come il volgare illustre dantesco sta al latino), è di grande efficacia, e ha fatto dire a qualcuno che l’approccio di Kazantzakis ai versi di Dante è contrassegnato da uno «stile rude in un greco demotico aggressivo».[2]

Kazantzakis riuscì a tradurre la Divina Commedia in un tempo eccezionalmente breve nell’arco dell’anno 1932.  Ma in quel periodo il poeta cretese stava già per elaborare la sua opera più ambiziosa: un poema di oltre 30.000 versi pubblicato nel 1938 con il titolo Ὀδύσσεια (Odissea), sostanzialmente un seguito del grande poema di Omero.  Ebbene, non sappiamo se l’autore di questa nuova Odissea abbia preso spunto dal canto ventiseiesimo dell’Inferno, nel quale Dante incontra il grande eroe greco Ulisse tra i consiglieri fraudolenti dell’ottavo cerchio, ma sta di fatto che anche l’Ulisse di Kazantzakis, così come l’Ulisse di Dante, intraprende un nuovo lungo viaggio, dopo il ritorno da Troia ad Itaca, e incontra una morte violenta quanto gloriosa:  per Kazantzakis, viene ucciso da un iceberg dopo aver raggiunto l’Antartide; per Dante, muore in un naufragio con tutti i suoi compagni nell’affrontare le Colonne d’Ercole.

Ed ecco allora che viene spontaneo rileggere qui di seguito i versi di Dante in cui Ulisse racconta in prima persona la vicenda del suo ultimo viaggio (Inf., XXVI, 106-142), facendoli seguire dagli stessi versi danteschi così come tradotti in greco moderno da Nikos Kazantzakis:

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.


[1] Per visualizzare un’altra traduzione neogreca degli stessi versi, fatta dal poeta Geōrgios Kalosgouros, cliccare qui.

[2] Mario Vitti, in Enciclopedia Dantesca, vol. III, p. 280.