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Dante, nel De Vulgari Eloquentia (I.XV e II.VII), individua il pregio estetico del vernacolo bolognese nella sua gradevole suavitas. Il Poeta aveva una grande dimestichezza con Bologna, dove pare che abbia spesso soggiornato, e nella Divina Commedia troviamo diversi personaggi e uomini politici bolognesi dal tardo Duecento. Tra costoro c’è Venedico Caccianemici, che Dante incontra, e con il quale scambia qualche battuta, nella bolgia dei ruffiani (Inf., XVIII, 46‑63). In effetti questo signore non era particolarmente raccomandabile: era bolognese, ma appoggiava le mire dinastiche degli Estensi di Ferrara su Bologna e, per compiacere alle voglie del marchese Obizzo d’Este, era giunto persino al punto di  portare al talamo di costui sua sorella Ghisolabella per consentire al nobiluomo  di abusare di lei. È lo stesso Venedico che confessa a Dante il suo peccato (aggiungendo che molti altri suoi concittadini sono lì con lui), in un brano che si riporta nell’originale e nella traduzione in bolognese di Giulio Veronesi (sipa – oggi sepa – vale come l’affermazione ):

I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
E non pur io qui piango bolognese;
anzi n’è questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer ’sipa’ tra Sàvena e Reno…

Me a fù quèll, che Ghisola, mi surèlla,
A condusè a fár voja dèl Marchèis
Ubezzi, com la dis anch la nuvèlla.
Però an zigh megga què sòul me Bulgnèis;
Anzí ste sit l’è pein ed lòur tant bèin,
Che tanti lèinghv ch’ein què lòur n’han intèis
A dir èl Seppa tra i fiùm Sávna e Rèin…

Venedico Caccianemici