Map of Japan, Ortelius, 1595

Dante doveva avere solo idee molto vaghe sui paesi dell’Estremo Oriente. Tra l’altro, pur essendo contemporaneo di Marco Polo (1254 – 1324), il poeta doveva essersi interessato ben poco ai viaggi di quest’ultimo e ai relativi racconti contenuti nel Milione, racconti che forse Dante considerava poco attendibili, a dispetto dell’interesse che essi avevano suscitato nell’immaginario collettivo del suo tempo.[1]

Quanto al Giappone, poi, non c’è da stupirsi che esso non venga mai citato nelle opere di Dante, dal momento che ai tempi suoi nessun europeo aveva ancora notizia della sua esistenza:  lo stesso Marco Polo, che nel Milione lo chiama Cipango, ne ebbe notizia solo indirettamente durante il suo lungo soggiorno a Pechino, presso la corte di Kublai Khan, tra il 1271 e il 1288.

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D’altro canto, anche la fortuna di Dante in Giappone ha inizio piuttosto tardi, nella seconda metà dell’Ottocento, quando alcuni letterati nipponici si avvicinano alla Divina Commedia, per lo più in traduzioni tedesche o inglesi.  La prima traduzione completa del poema in giapponese viene pubblicata nella seconda decade del Novecento e la si deve a Heizaburō Yamakawa (1876 – 1947), uno studioso di letteratura italiana laureato a Berkeley nel 1904, cattolico.  La sua traduzione in versi, dotata di una buona ritmicità, è piuttosto fedele all’originale, ma usa un linguaggio letterario classico difficilmente comprensibile al pubblico di oggi.

Pochi anni dopo viene pubblicata la traduzione in prosa di Masaki Nakayama (1886 – 1944), il quale traduce dall’originale italiano, ma tenendo conto anche della traduzione inglese di Norton.

Negli anni Sessanta del Novecento vengono pubblicate due traduzioni in un linguaggio più moderno e accessibile al pubblico:  quella in prosa di Soichi Nogami (1910 – 2001), studioso di letteratura italiana e traduttore anche di Boccaccio, Goldoni ed altri; e quella in versi di Sukehiro Hirakawa (1931), professore emerito di letteratura comparata dell’Università di Tokyo.

Quest’ultima traduzione, che mantiene la forma in terzine dell’originale ed è dotata di una buona ritmicità, è considerata come la migliore da molti studiosi, tra cui il premio Nobel per la letteratura 1994 Kenzaburō Ōe.

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Un’interpretazione davvero singolare – e tipicamente giapponese – della Divina Commedia è quella realizzata da Kiyoshi Nagai, meglio noto come Gō Nagai (1945), fumettista e scrittore giapponese, considerato come uno dei più importanti autori di fumetti manga. La sua Divina Commedia, in tre volumi, è stata pubblicata a Tokyo nel 1994.

Riportiamo qui sotto le tavole di Gō Nagai che rappresentano Cerbero, il mostruoso cane a tre teste che dilania i dannati del terzo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i golosi, e che Virgilio rende momentaneamente inoffensivo gettandogli nelle fauci una grossa zolla di terra.

Più sotto si riportano i relativi versi di Dante (Inf., VI, 13-33), seguiti dalla loro traduzione in giapponese di Sukehiro Hirakawa.

 

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E ‘l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.


[1] Cfr. Giuliano Bertuccioli, in Enciclopedia Dantesca, vol. IV, p. 589.