Mappa della Francia, Ortelius, ca. 1570

Nella Divina Commedia la Francia è citata spesso, attraverso frequenti riferimenti agli eventi politici francesi dell’epoca di Dante e ad eventi storici risalenti ai secoli immediatamente precedenti. Dante però non nutriva molta simpatia per i personaggi politici della Francia del suo tempo né, tanto meno, per la casa reale francese, verso la quale anzi manifestava una cordiale e incoercibile antipatia che raggiungeva livelli persino inusuali nei confronti di re Filippo il Bello.

Dante apprezzava invece molto le canzoni di gesta e i romanzi cortesi della letteratura francese medioevale, a cui egli si è ispirato in più punti della Divina Commedia. Ci sembra quindi più gradevole dedicare la prima parte di questa premessa al rapporto di Dante con la Chanson de Roland  e con i romanzi di Chrétien de Troyes e dei suoi epigoni, piuttosto che al suo rapporto con la politica francese.

La morte di Rolando, miniatura francese del sec. XVLa Chanson de Roland, scritta verso la fine dell’undicesimo secolo, racconta la battaglia di Roncisvalle del 778, quando la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, che tornava dalla Spagna al comando del paladino Rolando, fu attaccata e distrutta dai saraceni. La sanguinosa sconfitta fu provocata da un’informazione pervenuta al nemico dal traditore Gano di Maganza, che Dante chiama Ganellone e colloca, non a caso, tra i  dannati del Cocito (Inf., XXXII, 122).

Dante, nel suo viaggio verso il fondo dell’inferno, accenna alla Chanson de Roland anche prima di raggiungere il Cocito, quando, avvicinandosi al pozzo di Malebolge, sente il suono lungo e lacerante del corno di Nembrotte, uno dei giganti che stazionano intorno a quel pozzo. Ebbene, Dante dice che quel suono era ancora più terribile del suono del corno in cui aveva soffiato disperatamente il paladino Rolando, ferito e agonizzante, nel tentativo tardivo di chiedere soccorso alle avanguardie del suo esercito quando ormai la disfatta di Roncisvalle era segnata (Inf., XXXI, 16-18):

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sí terribilmente Orlando.

Questi versi, nella traduzione francese di Jacqueline Risset, suonano così:

Après la douloureuse défaite,
quand Charlemagne perdit son armée,
Roland ne sonna pas aussi terriblement
.

Il bacio tra Lancillotto e Ginevra, miniatura, sec. XVDi Chrétien de Troyes, scrittore e poeta francese del dodicesimo secolo, Dante conosceva certamente il romanzo Lancelot ou le Chevalier à la charrette, il primo romanzo cortese (in versi) del ciclo di Lancillotto e Ginevra, cui erano seguite diverse rielaborazioni in prosa molto in voga nel secolo di Dante.

Sta di  fatto che proprio una di queste rielaborazioni in prosa doveva essere il famoso “libro” su cui Francesca da Polenta e Paolo Malatesta leggevano la storia di Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, e del loro amore adultero favorito dal dignitario di corte Galehaut (Galeotto).

Ed è da questa pagina della letteratura francese medioevale che prendono spunto i celebri versi di Dante sull’episodio di Paolo e Francesca (Inf., V, 127-138), che riportiamo qui in originale e nella versione francese di Jacqueline Risset.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Nous lisions un jour par agrément
de Lancelot, comment amour le prit:
nous étions seuls et sans aucun soupçon.
Plusieurs fois la lecture nous fit lever les yeux
et décolora nos visages;
mais un seul point fut ce qui nous vainquit.
Lorsque nous vîmes le rire désiré
être baisé par tel amant,
celui-ci, qui jamais plus ne sera loin de moi,
me baisa la bouche tout tremblant.
Galehaut fut le livre et celui qui le fit;
ce jour-là nous ne lûmes pas plus avant.

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Noi di Dantepoliglotta ci rendiamo conto che questa Premessa non sarebbe completa se non ci soffermassimo sull’avversione di Dante per la dinastia dei reali di Francia e in particolare sull’enorme antipatia che il poeta riservava a quel Filippo il Bello che occupava il trono ai tempi suoi. Un’antipatia talmente smisurata da “straripare” sino a colpire anche altri personaggi che in realtà non avrebbero meritato tanta animosità (come il contemporaneo re Dionigi del Portogallo, di cui si dirà in un’altra pagina di questo sito).

12th century portrayal of Hugh CapetLe severe accuse di Dante nei confronti di Filippo IV, detto il Bello, sono ricomprese nella lunga invettiva pronunciata da Ugo Capeto (e attraverso lui dallo stesso Dante) contro quasi tutti i sovrani succedutigli sul trono di Francia.

Ugo Capeto fu re dei Franchi nell’ultimo scorcio del decimo secolo.

Dante lo incontra nel Purgatorio, tra gli spiriti che stanno pagando per il loro peccato di avarizia, e lui subito gli si presenta con parole di disprezzo per la stirpe dei re di Francia, in particolare per Filippo IV, sul quale anzitutto invoca la vendetta divina per avere mantenuto con violenza le città della Fiandra [1] sotto il giogo francese (Purg. XX, 43-51):

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.

Parole che, nella traduzione francese di Jacqueline Risset, suonano così:

Je fus racine de cet arbre mauvais
qui couvre d’ombre toute la chrétienté
si bien qu’on y cueille rarement un bon fruit.
Mais si Douai, Lille, Gand et Bruges
pouvaient, prompte serait la vengeance;
et moi je le demande à lui qui juge tout.
On m’appellait là-bas Hugues Capet;
de moi sont nés les Philippe et les Louis
par qui depuis peu la France est gouvernée

Del resto, sembra che Dante non abbia mai apprezzato – in Filippo il Bello – nemmeno quelle qualità che in seguito avrebbero reso grande la figura storica di quel sovrano. Dante non apprezzava, cioè, che la politica di re Filippo fosse proiettata verso la formazione e il rafforzamento dello stato nazionale in modo che esso si rendesse libero da qualsiasi vincolo esterno. Il nostro poeta rimaneva infatti legato agli schemi tradizionali del suo tempo, basati sulla compresenza di due grandi autorità, il Papato e l’Impero, e auspicava che dalla loro pacifica convivenza o dalla loro competizione continuassero a dipendere i destini dell’umanità.

In altri termini, Dante non credeva nella nuova entità dello stato nazionale che si andava affermando in Inghilterra e in Francia. E anche quando rimproverava all’imperatore Alberto d’Austria di aver abbandonato l’Italia al suo destino («Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta»), [2] egli non considerava «che, piuttosto di un’autorità esautorata quale oramai era quella imperiale, valido rimedio al disordine politico poteva essere offerto da un sovrano capo di una sola nazione, i cui interessi coincidessero con quelli del popolo e la cui forza derivasse dal popolo, quale in effetti fu Filippo il Bello». [3]

D’altro canto Dante, pur manifestando un estremo disprezzo per i vizi che deturpavano l’immagine della Chiesa, era comunque un cattolico e non apprezzava l’atteggiamento di Filippo il Bello nei confronti del Papa, che il Poeta considerava un po’ troppo irriverente (noi diremmo semplicemente “laico”).

A fronte di una bolla di papa Bonifacio VIII del 1301, che ribadiva la supremazia papale su tutti i sovrani temporali, re Filippo reagì con veemenza convocando gli Stati Generali e, dopo essersi  assicurato il consenso della nazione, troncò ogni rapporto col Papato. L’anno successivo Bonifacio VIII osò ribadire il suo concetto in un’altra bolla analoga e re Filippo reagì ordinando addirittura di tradurre il pontefice di fronte a un concilio che lo deponesse.

Lo schiaffo di Anagni, incisione francese del sec. XIXSeguì un periodo tumultuoso che culminò nel cosiddetto schiaffo di Anagni: un gruppo di congiurati irruppe nel palazzo papale di Anagni, cittadina laziale dove Bonifacio era nato, e lo prelevò con una certa durezza tenendolo prigioniero per alcuni giorni. Il tapino ne uscì talmente provato che non molto tempo dopo morì.

Dante, pur detestando Bonifacio VIII, che considera simoniaco e usurpatore del seggio papale, condanna severamente questa offesa alla dignità pontificia. Naturalmente Dante riconosce lo zampino di Filippo il Bello anche in questo episodio, che – dice ancora Ugo Capeto – fa impallidire tutte le altre malefatte passate e future dei suoi successori. Infatti l’irruzione delle insegne reali di Francia (il fiordaliso) nel palazzo di Anagni ha fatto sì che Cristo stesso, nella persona del suo vicario, venisse catturato, deriso, maltrattato e ucciso una seconda volta, per giunta di nuovo tra due ladroni.  L’allusione va ai due principali esecutori dell’attentato, Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna, che, a differenza dei due ladroni originali, sono sopravvissuti e rimasti impuniti.

Ecco come Ugo Capeto stigmatizza l’attentato di Anagni attribuendone la paternità a re Filippo (Purg., XX, 85-90):

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.

Parole che, nella traduzione francese di Jacqueline Risset, suonano così:

Pour que semble moins grand le mal fait et à faire,
je vois à Anagni entrer la fleur de lys,
et Christ être captif dans son vicaire.
Je le vois à nouveau être bafoué,
je le vois abreuvé de vinaigre et de fiel,
et mis à mort entre larrons vivants.

Ma l’invettiva di Ugo Capeto contro Filippo il Bello raggiunge l’acme nell’ultima parte, dove di nuovo viene invocata la vendetta divina sul capo di questo sovrano – definito sprezzantemente come il nuovo Ponzio Pilato – colpevole anche di avere sfogato la sua cupidigia (non appagata dai delitti già commessi) perseguitando l’ordine dei Templari allo scopo di far sue le loro ricchezze. Infatti l’ordine cavalleresco dei Templari fu soppresso nel 1312 per volere e per opera di re Filippo IV, che fece arrestare i Templari accusandoli di eresia, consegnandoli all’Inquisizione e mandandone molti a morte con raffinata crudeltà dopo essersi impossessato dei loro beni.

Ecco le parole finali dell’invettiva di Ugo Capeto (Purg., XX, 91-96):

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Parole che, nella traduzione francese di Jacqueline Risset, suonano così:

Je vois le nouveau Pilate si cruel
qu’il n’est pas rassasié, mais porte dans le Temple,
sans décrets, ses vaisseaux avides.
0 mon Seigneur, quand aurai-je la joie
de voir la vengeance qui, encore cachée,
rend douce en secret ta colère ?


[1] Ugo Capeto allude alla Fiandra nominandone le quattro città principali del suo tempo: Douai e Lille, ancora oggi in territorio francese, nonché Gand e Bruges, oggi nel Belgio fiammingo.

[2] Purg., VI, 77 (traduzione francese di J. Risset: «Hélas! serve Italie, auberge de douleur, / nef sans nocher dans la tempête»).

[3] S. Saffiotti Bernardi, Enciclopedia Dantesca, Vol. II, p. 877.

Filippo il Bello