Il Catai (Cina) nel mappamondo di Fra Mauro (ca. 1450). Il sud è in alto nella mappa.

La Cina, nota ai tempi di Dante come Catai, faceva parte a quell’epoca dell’Impero dei Tartari, popolazioni di lingua mongola originarie dell’Asia centrale che, sotto la guida di Gengis Khan (1162 – 1227) e dei suoi successori, quel grande impero avevano costituito.  Ebbene, nella Divina Commedia Dante non cita mai direttamente la Cina, però accenna ai Tartari e lo fa in termini tali da far ritenere che in realtà egli non stia alludendo a loro, ma stia alludendo proprio ai loro sudditi cinesi.

L’occasione si presenta quando Dante e Virgilio devono scendere nel baratro che separa il cerchio settimo dell’Inferno  dall’ottavo (Malebolge) dove sono punite le anime dei fraudolenti.  I due poeti si fanno trasportare in fondo al baratro sulla groppa di Gerione, il mostro alato che è il custode di Malebolge.

Dante descrive le fattezze di Gerione e ce lo presenta come un mostro che simboleggia la Frode e appesta il mondo intero:  ha la faccia di un uomo onesto, che ispira fiducia, ma ha due zampe pelose fino alle ascelle e il corpo da serpente che termina con una coda a punta, armata come quella di uno scorpione.

Ed è a questo punto della descrizione che interviene un accenno indiretto alla Cina e al suo artigianato.  Il tronco e i fianchi di Gerione sono cosparsi di nodi e rotelle colorati, che Dante paragona alle variopinte tessiture di drappi fatte dai Tartari (e dai loro cugini Turchi), ove per “Tartari” si deve probabilmente intendere “Cinesi”, perché erano soprattutto i cinesi, e non i loro dominatori, quelli che producevano ed esportavano i loro broccati ai tempi di Dante.[1] Di questi tessuti pregiati parla anche Marco Polo (1254 – 1324) nel suo Milione, dove scrive che a Pechino «arrivano ogni giorno non meno di mille carrettate di seta:  vi si lavorano infiniti tessuti di seta e d’oro».[2]

Quei drappi erano abbondantemente esportati in Europa, dove erano molto apprezzati.  Forse Dante stesso aveva avuto occasione di vederli alla corte del suo amico e protettore Cangrande della Scala (1291 – 1329), signore di Verona, che ne era ben fornito. Ce lo conferma il ritrovamento nella tomba di quest’ultimo, avvenuto nel 1921, di broccati orientali (attualmente conservati nel Museo civico di Verona), in uno dei quali si sono identificati motivi tipici dell’arte cinese.

Riportiamo qui sotto i versi di Dante con la descrizione di Gerione e l’accenno ai broccati cinesi (Inf. XVII, 1-17), seguiti dalla relativa traduzione in cinese fatta da Zhu Wei-ji:

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.
E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ‘n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi…

 –

 

[1] Giuliano Bertuccioli, in Enciclopedia Dantesca, Vol. V, p. 525, il quale precisa ulteriormente che i due termini impiegati da Dante (“sommesse” e “sopraposte”) servono a designare le due diverse ornamentazioni realizzate colorando direttamente le trame di fondo del tessuto (sommesse) ovvero applicandovi sopra ricami o disegni in rilievo (sopraposte).

[2] Marco Polo, Il Milione, a cura di Maria Bellonci, Oscar Mondadori, Milano 2013, p. 157. Marco Polo cita Pechino con il nome Cambaluc (in turco Khanbaligh), ovvero “città del Gran Khan”.