Ancient map of Navarra

La lingua basca (nome nativo èuskara) è una lingua isolata, che pare non sia imparentata con nessun’altra lingua, ed è parlata sin da epoca remota nel nord della Spagna a ridosso dei Pirenei (Paese Basco spagnolo: regione della Navarra e delle altre province basche adiacenti) e nell’estremo sud-ovest della Francia (dipartimento del Pirenei Atlantici).

All’epoca di Dante la Navarra era governata dai conti di Champagne e costituiva un regno autonomo e fiorente. Esso si era consolidato nel corso del secolo IX, ma con una storia strettamente collegata a quella castigliana e aragonese. Anche per questa ragione, in quell’area geografica, la lingua basca era sempre stata – e lo è ancora – una lingua minoritaria rispetto allo spagnolo (e oggi è parlata come madrelingua solo dal 20% dei baschi).

Non è dato sapere se Dante fosse a conoscenza delle peculiarità linguistiche della Navarra e dell’esistenza della lingua basca. Sta di fatto, comunque, che nelle opere di Dante la Navarra è citata molto spesso.

[1] Nel De Vulgari Eloquentia il poeta ricorda il primo dei conti di Champagne diventato re di Navarra, Teobaldo I (1234-1253), che fu anche poeta lirico. Il suo figlio e successore, Teobaldo II (1253-1270), viene poi citato da Dante, con il giudizio lusinghiero di «buon re», nel canto XXII dell’Inferno, ai versi 48-54, dove Dante e Virgilio, tra l’altro, incontrano un bizzarro personaggio che sembra essere proprio un basco: Ciampólo di Navarra.

I due poeti incontrano Ciampólo nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio, dove i barattieri, vale a dire i pubblici funzionari corrotti, scontano la loro pena immersi nella pece bollente. Di questo personaggio non sappiamo assolutamente nulla, se non quello che si legge in quei versi:  era figlio di un poco di buono scialacquatore, sua madre lo aveva mandato a servizio da un signore, dopo di che era stato al servizio del re Teobaldo II, ma lì si era reso colpevole di atti di malversazione.

Non sapendo null’altro di lui neppure possiamo sapere se la sua lingua madre fosse veramente il basco, ma lo sospettiamo fortemente e ci piace pensarlo.

Ecco quindi i versi relativi a Ciampólo di Navarra (Inf., XXII, 48-54) in originale e nella traduzione in prosa basca di Aita Santi Onaindia:

I’ fui del regno di Navarra nato.
Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
quivi mi misi a far baratteria;
di ch’io rendo ragione in questo caldo.

Napar erreiñuan jaio nintzan.
Jaun baten zerbitzari jarri nindun amak;
bere buru ta on­dasunak suntsitu
ebazan banatzaille bategandik sortua.
Teobaldo errege onaren aldeko izan nintzan geroago,
eta aren babespean salerosi aizuan jardun neban;
salda irazeki ontan zuritzen dot orain gaiztakeria.


[1] La Navarra viene citata anche in una delle frequenti invettive di Dante contro la dinastia francese e, in particolare, contro Filippo il bello. Si tratta di un’invettiva brevissima (Par. Canto XIX, versi 143-144) che fa parte delle severe accuse mosse dall’Aquila celeste ai cattivi governanti: «beata Navarra, / se s’armasse del monte che la fascia!», vale a dire, beata la Navarra se terrà lontano da sé il malgoverno dei re francesi riparandosi dietro la catena dei Pirenei che la protegge a settentrione. Era accaduto che il penultimo re della dinastia di Champagne, Enrico I di Navarra (1270-1274), aveva avuto l’idea (infausta, almeno secondo Dante) di accordare la mano di sua figlia Giovanna proprio a Filippo il Bello, con la conseguenza che, dopo la morte di re Enrico I, e ancor di più dopo la morte della regina Giovanna I sua figlia (1274-1305), ultima esponente della casa di Champagne, la Navarra era caduta sotto il controllo della dinastia di Francia.  Dante torna sul punto anche nel canto VII del Purgatorio (versi 107-109) quando incontra, nella valletta dei principi negligenti dell’Antipurgatorio, proprio lo spirito di Enrico I di Navarra, che sospira affranto per lo sconforto di essere il suocero del mal di Francia Filippo il Bello.