Come sappiamo, il naufragio di Ulisse immaginato da Dante nel canto XXVI dell’Inferno non trova nessun riscontro nell’Odissea di Omero, dove invece viene descritto, nel libro XII, il famosissimo naufragio di Scilla e Cariddi, al quale il solo Ulisse sopravvisse perdendo tutti i suoi compagni.

Nell’Odissea leggiamo che Ulisse e i suoi uomini, nel loro viaggio di ritorno dalla guerra di Troia, erano approdati all’isola della maga Circe e vi erano rimasti per circa un anno.  Una volta ripartiti, erano riusciti a passare indenni in mezzo alla trappola rappresentata dal mostro Scilla e dal terribile gorgo Cariddi approdando in Sicilia (l’isola di Trinacria), dove però i compagni di Ulisse, ignorando gli avvertimenti ricevuti da Circe, avevano ucciso e mangiato alcuni dei buoi sacri del dio del sole Elio.

Questo sacrilegio fu duramente punito da Zeus, che colpì Ulisse e i suoi compagni con il terribile naufragio, subito dopo che essi erano ripartiti dalla Sicilia.  La loro nave fu spinta di nuovo dalla tempesta nella trappola di Scilla e Cariddi e il solo Ulisse si salvò per miracolo riuscendo a raggiungere a nuoto le rive dell’isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso lo tenne con sé.

Ulisse ripartì da Ogigia dopo sette anni su una zattera costruita da lui stesso, ma fece nuovamente naufragio e di nuovo riuscì a salvarsi a nuoto riuscendo a raggiungere esausto la riva dell’isola dei Feaci.  Cadde addormentato e, al suo risveglio, vide sulla spiaggia la giovane Nausicaa, figlia di Alcinoo re dei Feaci, che lo accompagnò da suo padre. Ulisse venne accolto amichevolmente e rimase parecchi giorni con Alcìnoo e la sua famiglia, ai quali raccontò la sua storia.

La descrizione del naufragio di Scilla e Cariddi (Odissea, libro XII,versi 403-450) è appunto parte di quel racconto.

(Da Wikipedia)

ODISSEA – LIBRO XII – VERSI 403-450

Traduzione di Ippolito Pindemonte(1753-1828) (vv. 519-587)

Verona 1822

Di vista già della Trinacria usciti,
Altro non ci apparia, che il cielo, e l’onda,
Quando il Saturnio sul veloce legno
Sospese in alto una cerulea nube,
Sotto cui tutte intenebrârsi l’acque.
La nave non correa, che un tempo breve:
Poichè ratto uno stridulo Ponente,
Infurïando, imperversando, venne
Di contra, e ruppe con tremenda buffa
Le due funi dell’albero, che a poppa
Cadde; ed antenne in uno, e vele, e sarte
Nella sentina scesero. Percosse
L’alber, cadendo, al timoniere in capo,
E l’ossa fracassògli; ed ei da poppa
Saltò nel mar, di palombaro in guisa,
E cacciata volò dal corpo l’alma.
Ma Giove, che tonato avea più volte,
Scagliò il fulmine suo contra la nave,
Che si girò, dal fulmine colpita
Del Saturnio, e s’empieo di zolfo tutta.
Tutti fuor ne cascarono i compagni,
E ad essa intorno l’ondeggiante sale,
Quai corvi, li portava; e così Giove
Il ritorno togliea loro, e la vita.
Io pel naviglio su e giù movea,
Finchè gli sciolse la tempesta i fianchi
Dalla carena, che rimase inerme.
Poi la base dell’albero l’irata
Onda schiantò: ma di taurino cuojo
Rivestialo una striscia, ed io con questa
L’albero, e la carena in un legai,
E sopra mi v’assisi; e tale i venti
Esizïali mi spingean su l’onde.
Zefiro a un tratto rallentò la rabbia:
Senonchè sopraggiunse un Austro in fretta,
Che, nojandomi forte, in ver Cariddi
Ricondur mi volea. L’intera notte
Scorsi su i flutti; e col novello Sole
Tra la grotta di Scilla, e la corrente
Mi ritrovai della fatal vorago,
Che in quel punto inghiottia le salse spume
Io, slanciandomi in alto, a quel selvaggio
M’aggrappai fico eccelso, e mi v’attenni,
Qual vipistrello: chè nè dove i piedi
Fermar, nè come ascendere, io sapea,
Tanto eran lungi le radici, e tanto
Remoti dalla mano i lunghi, immensi
Rami, che d’ombra ricoprian Cariddi.
Là dunque io m’attenea, bramando sempre,
Che rigettati dall’orrendo abisso
Fosser gli avanzi della nave. Al fine
Dopo un lungo desio vennero a galla.
Nella stagion, che il giudicante, sciolte
Varie di caldi giovani contese,
Sorge dal foro, e per cenar s’avvia,
Dell’onde usciro i sospirati avanzi.
Le braccia apersi allora, e mi lasciai
Giù piombar con gran tonfo all’onde in mezzo,
Non lunge da que’ legni; a cui m’assisi
Di sopra, e delle man remi io mi feci.
Ma degli uomini il padre, e de’ Celesti
Di rivedermi non permise a Scilla:
Chè toccata sariami orrida morte.
Per nove dì mi trabalzava il fiotto,
E la decima notte i Dei sul lido
Mi gettâr dell’Ogigia isola, dove
Calipso alberga, la divina Ninfa,
Che raccoglieami amica, e in molte guise
Mi confortava.

Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti (1916-2011)

1963





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