Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza

Sull’eco di questa esortazione fatta da Ulisse ai suoi uomini (Inferno, Canto XXVI, versi 119-120), abbiamo voluto inaugurare il progetto del sito Dantepoliglotta dedicato ai diritti umani e alla loro tutela. Per rileggere quella pagina introduttiva cliccate qui.

Ulisse è un personaggio che giganteggia sulle altre anime dannate di Malebolge, i terribili fossati dell’ottavo cerchio dell’Inferno dove sono puniti i peccatori di frode. Qualche commentatore ha osservato che l’eroe greco, se non si fosse reso colpevole dell’inganno del cavallo di Troia, apparterrebbe al mondo, a lui più consono, dei grandi spiriti nobili del Limbo (canto IV dell’Inferno). Invece, per via di quel peccato, si trova nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, dove sconta la sua pena eterna avvolto in una fiamma inestinguibile insieme con il suo antico compagno Diomede.

E tuttavia, per Dante, Ulisse è e rimane «un magnanimo che altamente sente di sé medesimo e delle proprie capacità né esita ad affrontare le più ardue e rischiose imprese; magnanimo soprattutto per quella sete di sapere che era pure di Dante e di cui nel Convivio e nella Commedia si discorre con accenti indimenticabili».[1]

Del resto, sin da epoca antica, sono molti coloro che hanno visto in Ulisse l’incarnazione della virtù e della saggezza, l’eroe magnanimo che insegue nobilmente e coraggiosamente la conoscenza.  Già nel poema omerico è lui che, quando i suoi compagni vorrebbero evitare di inoltrarsi nella terra dei Ciclopi, dichiara di volerla assolutamente esplorare per scoprire che tipo di gente ci viva.  Ulisse fa esattamente la stessa cosa quando lui e i suoi compagni raggiungono l’isola della maga Circe. E ancora di più quando essi avvistano le sirene.  Questi spunti omerici costituiscono la base su cui Dante costruisce il ritratto di Ulisse come esploratore indomito, che osa navigare oltre le Colonne d’Ercole, a quel tempo considerate  da tutti l’estremo limite del mondo esplorabile.  Va aggiunto, inoltre, che la tradizione greca è quasi sempre generosissima di lodi per Ulisse, tanto che due illustri storici, come Erodoto e Polibio, lo consideravano un autentico modello per qualsiasi studioso di storia.[2]

Anche noi di Dantepoliglotta vogliamo adottare Ulisse come modello di umana nobiltà.

Nessuna notizia è arrivata fino a noi su quali siano le reali circostanze in cui Ulisse morì. Tuttavia assumeremo come vero il racconto di fantasia che Dante gli attribuisce: la storia della navigazione avventurosa oltre le Colonne d’Ercole e del naufragio che ha ucciso lui e i suoi uomini quando sono giunti in vista della montagna del Purgatorio. E intendiamo raccogliere molteplici letture del suo racconto (Inferno, Canto XXVI, versi 90-142) nelle più varie lingue e dialetti.

Come le “voci” di Francesca, così anche le “voci” di Ulisse continueranno ad arricchire questo sito, per la gioia dei suoi visitatori e di noi che lo costruiamo, e potranno dare il loro prezioso contributo, in determinate circostanze, alle iniziative che manterranno vivo il nostro Angolo dei Diritti Umani.


[1] Mario Fubini, in Enciclopedia Dantesca, Vol. V, p. 805.

[2] Piero Boitani, Ulysses and the Three Traditions, in AA.VV., I pensieri dell’istante. Scritti per Jacqueline Risset, Editori Riuniti, Roma 2012, p. 67.

Il racconto di Ulisse
(Inferno, Canto XXVI, Versi 90-142)

«Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

Per ascoltare la lettura di questi versi dalla voce di Giuliano Turone,
autore e responsabile del sito Dante Poliglotta,
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