Nel canto XVIII del Paradiso Dante e Beatrice salgono al sesto cielo, quello di Giove, dove vedono un grande numero di anime splendenti – le anime dei Giusti – che si muovono disponendosi nella forma di lettere dell’alfabeto in modo tale da scrivere nel cielo una frase che è un ammonimento diretto ai governanti terreni: «Diligite iustitiam qui iudicatis terram»[1].  Altri spiriti luminosi scendono poi a disporsi nell’ultima M della scritta trasformandola a poco a poco nella figura di un’aquila, simbolo dell’Impero, al quale secondo Dante è affidata l’amministrazione della giustizia in terra.

Le anime dei Giusti, raccolte nella maestosa figura dell’aquila, le danno voce.

L’Aquila celeste parla a lungo e nel canto XIX afferma che è più facile che entri nel regno dei cieli un non cristiano che visse secondo le leggi di natura e secondo i dettami della ragione piuttosto che un cristiano che non ubbidì ai comandamenti della sua fede.

Dopo di che, attraverso la voce dell’Aquila, Dante lancia una dura invettiva contro ben sedici principi cristiani regnanti nell’Europa del suo tempo, che egli considera cattivi governanti e le cui malefatte, nel giorno del Giudizio Universale, appariranno scritte a piene lettere – così afferma l’aquila – nel libro eterno della giustizia divina.

In un certo senso possiamo dire che l’Aquila celeste pronuncia la sua severa requisitoria approfittando proprio della presenza di Dante, eccezionale visitatore proveniente  dal mondo dei viventi, perché lui la trasmetta a chi di dovere dopo il suo ritorno sulla terra.

La rassegna accusatoria dell’Aquila inizia con questa domanda retorica:  che cosa mai potranno dire i persiani, cioè i non cristiani, quando nel giorno del giudizio leggeranno i nomi di quei regnanti e le loro malefatte nel grande libro? (Paradiso, canto XIX, versi 112-114):

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Versi che così suonano nella traduzione inglese di John Ciardi:

What shall the Persians say to your kings there
when the Great Book is opened and they see
the sum of their depravities laid bare?

E così nella traduzione in esperanto di Giovanni Peterlongo:

Kion al viaj reĝoj diros Persoj,
vidante libron malfermita, kie
iliajn hontindaĵojn oni skribas?

A questi tre versi seguono le accuse che vengono rivolte a ciascuno dei sedici principi presi in considerazione e che saranno appunto scritte nel libro eterno della giustizia divina nel giorno del giudizio (versi 115-148). In genere si tratta di accuse più o meno sommariamente motivate, ma in due casi, relativamente a re Dionigi del Portogallo e a re Acone di Norvegia, manca qualsiasi motivazione.

Oggi diremmo che nei confronti di questi due personaggi Dante non è stato politicamente corretto.

Per leggere i versi 115-148 del canto XIX del Paradiso i lettori hanno a disposizione tre collegamenti ipertestuali :
Per i versi originali di Dante cliccare qui.
Per i versi nella traduzione inglese di John Ciardi cliccare qui.
Per i versi nella traduzione in esperanto di Giovanni Peterlongo cliccare qui.

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Nel celebre commento alla Divina Commedia del letterato svizzero-italiano Giovanni Andrea Scartazzini (1837 – 1901), riveduto e arricchito nel 1928 da Giuseppe Vandelli (1865 – 1937), la trasformazione della lettera M nella figura di un’aquila è stata illustrata con questi tre disegni:

 Ed ecco qui di seguito la tavola di Gustavo Doré che rappresenta le anime dei Giusti mentre si muovono e si raccolgono in modo tale da dare forma all’Aquila celeste:


[1] «Amate la giustizia, voi che governate la Terra».