Paradiso, Canto XIX, versi 115-148[1]

Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,[2]
quella che tosto moverà la penna,
per che ‘l regno di Praga fia diserto.

Lì si vedrà il duol[3] che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.

Lì si vedrà la superbia[4] ch’asseta,
che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.

Vedrassi la lussuria e ‘l viver molle
di quel di Spagna[5] e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né volle.

Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme[6]
segnata con un i la sua bontate,
quando ‘l contrario segnerà un emme.

Vedrassi l’avarizia e la viltate
di quei che guarda l’isola del foco,[7]
ove Anchise finì la lunga etate;

e a dare ad intender quanto è poco,[8]
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.

E parranno a ciascun l’opere sozze
del barba e del fratel,[9] che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.[10]

E quel di Portogallo e di Norvegia[11]
lì si conosceranno, e quel di Rascia[12]
che male ha visto il conio di Vinegia.

Oh beata Ungheria, se non si lascia
più malmenare! e beata Navarra,[13]
se s’armasse del monte che la fascia![14]

E creder de’ ciascun che già, per arra
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,

che dal fianco de l’altre non si scosta.[15]


[1] Le note che seguono sono tratte dall’edizione della Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno, Vol. III Paradiso, Percorsi di lettura a cura di Ferdinanda Cremascoli, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1997, pp. 248-249.

[2] Alberto:  d’Asburgo, imperatore (cfr. Purg., VI, 97 ss.). «Delle sue imprese si vedrà quella che, fra non molto, muoverà la penna a registrarla:  l’invasione e la distruzione del regno di Boemia, tolto da Alberto al cognato Venceslao nel 1304».

[3] il duol ecc.:  il danno arrecato al popolo francese da Filippo il Bello, coniando monete false (di un valore reale assai inferiore a quello nominale) per sostenere le spese della guerra contro la Fiandra (cfr. Villani, Cron., VIII, 58).  Filippo è quello che morirà, nel 1314, per colpo di cotenna, scavalcato da un cinghiale durante una caccia (cfr. Villani, Cron., IX, 66). Quanto all’accusa, che qui Dante raccoglie contro di lui, sem­bra che essa non risponda a verità (cfr. F.Valerani, in Riv. di numismatica,XXVIII, 1915).

[4] la superbia ecc.:  l’empia sete di dominio, che accieca d’ira l’uno contro l’altro il re d’Inghilterra, Edoardo II, e quello di Scozia, Roberto Bruce, facendoli insofferenti di rimanere ciascuno nei propri confini.

[5] quel di Spagna:  Ferdinando IV, re di Castiglia (1295-1312). —  quel di Boemme:  Venceslao IV, re di Boemia (cfr. Purg., 101-102).

[6] Vedrassi ecc.:  nel libro divino le opere buone di Carlo II d’Angiò, lo Zoppo (cui spettava il titolo del tutto platonico di re di Gerusalemme), saranno segnate con un I, cioè con uno, e quelle malvagie con un M, cioè con mille (in cifre romane).  «Pesante arguzia, quasi sicuramente in dispregio di quel vano titolo, giacchè I e M sono appunto la prima e l’ultima lettera di Ierusalem» (Chimenz).

[7] di quei ecc.:  di colui che regge la Sicilia (isola del foco, vulcanica), dove morì il padre d’Enea (cfr. Aen., III, 707 ss.):  Federico II d’Aragona (1272-1337).  Cfr. Purg., VII, 119.

[8] e a dare ecc.:  e per far meglio cornprendere che uomo dappoco egli sia, il conto delle sue colpe sarà scritto con caratteri abbreviati (lettere mozze), in modo da raccogliere molte accuse in poco spazio.

[9] E parranno ecc.:  appariranno, saranno rivelate a tutti, le opere vergognose e turpi dello zio e del fratello di Federico: rispettivamente, Giacomo re di Maiorca, e Giacomo II re di Sicilia e poi d’Aragona (cfr. Purg., VII, 119-20). —  Barba, per zio, è ancor vivo nei dialetti settentrionali; qui la forma dialettale sembra usata ad esprimere dispregio.

[10] nazione:  stirpe. —  bozze: disonorate.  Bozzo significava forse «marito tradito, becco», o, secondo altri, «bastardo».  E anche qui il vocabolo plebeo, sottolineato dalla rima aspra, risponde al proposito del linguaggio sdegnoso.

[11] quel ecc.:  Dionisio l’Agricola, re di Portogallo (1279-1325) e Acone VII (rectius V), re di Norvegia (1299-1319). Di questi due Dante doveva avere scarse e imprecise notizie; del primo l’Ottimo riferisce che, «tutto dato ad acquistare avere», conduceva vita da mercante.

[12] quel di Rascia:  Stefano Urosio II, re di Serbia, Croazia e Dalmazia (1276-1321), che volle, per sua vergogna, contraffare il ducato, o matapan d’argento fine, veneziano (cfr. Studi dant., III, 161).  Un decreto del maggior consiglio di Venezia, del 1382, raccomanda agli esattori di sequestrare e eliminare le monete falsificate di Rascia.

[13] Oh beata ecc.:  beate l’Ungheria e la Navarra, se tengon lontano da sé, difendendosi, il malgoverno della stirpe reale di Francia.  L’Ungheria passò nel 1301 sotto il dominio di Carlo Roberto d’Angiò, figlio di Carlo Martello; e la Navarra entrò a far parte del regno di Francia nel 1304, con Luigi X, figlio di Filippo il Bello e di Giovanna di Navarra.

[14] del monte ecc.:  dei Pirenei, che la chiudono a settentrione.

[15] E creder ecc.:  ognuno può considerare come un anticipo di ciò che soffriranno Ungheria e Navarra sotto il malgoverno dei Capetingi, i lamenti e le rampogne del popolo di Cipro (indicato coi nomi delle due città più importanti dell’isola), contro il suo re Arrigo II di Lusignano (1285-1324), anche lui di stirpe francese:  uomo dissoluto e crudele, che «vive bestialmente ed usa con quelli che bestialmente vivono» (Ottimo); degno compagno, nel modo di comportarsi, delle altre bestie, e cioè degli altri sovrani prima ricordati.