Ancient India1683

Ai tempi di Dante l’India, che era quasi tutta sotto il dominio arabo, era pochissimo conosciuta dagli europei, anche se Marco Polo ne aveva visitato qualche centro portuale della costa occidentale, nel corso del suo viaggio di ritorno (1292-1295), e ne aveva poi parlato nel suo Milione.

Secondo Dante l’India, e in particolare la foce del fiume Gange, era il limite estremo orientale delle terre emerse, cosa che risultava, del resto, sia pure approssimativamente, dai planisferi della sua epoca (in particolare dal Planisfero Vesconte del 1320). Nei secoli XIII e XIV, infatti, gli astronomi  e i geografi europei e del più vicino oriente non avevano più dubbi sulla sfericità della Terra, ma distinguevano tra l’emisfero delle terre emerse, con al centro Gerusalemme, e l’emisfero opposto che era ritenuto totalmente ricoperto dalle acque dell’oceano. E i limiti estremi delle terre abitate venivano individuati a ovest negli ultimi lembi della costa iberica tra Cadice e il Portogallo, a ridosso delle Colonne d’Ercole,[1] e a est nella costa orientale dell’India, là dove sfocia appunto il Gange.

Dante, che immagina la montagna del Purgatorio come un’isola solitaria al centro dell’emisfero delle acque e agli antipodi di Gerusalemme, cita più di una volta la foce del Gange come il punto orientale dell’orizzonte astronomico comune all’uno e all’altro dei due emisferi, con l’unica differenza che nell’emisfero di Gerusalemme da quel punto si vede sorgere il sole, mentre nell’emisfero opposto, da quello stesso punto, lo si vede tramontare (Purg., II, 5 – Purg., XXVII, 4 – Par., XI, 51).

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È verso la metà dell’Ottocento che i primi studiosi indiani si sono avvicinati all’opera di Dante. Il primo è stato il poeta e drammaturgo  bengalese Michael Madhusudan Datta (1824-1873), buon conoscitore della lingua italiana e autore del poema epico  Meghnad Badh Kavya (“Ballata per la morte di Meghnad”) pubblicato nel 1861, dove si cantano le gesta di un guerriero citato nel Ramayana.[2]  In questa Ballata si nota l’influenza di poeti indiani e occidentali, tra cui Dante e Milton sembrano essere quelli ai quali l’autore si è maggiormente ispirato. Madhusudan Datta ha scritto anche diversi sonetti di ispirazione petrarchesca e ne ha dedicato uno – intitolato Dante, il poeta dei poeti –  proprio all’autore della Commedia.

Qualche anno dopo, il maggior poeta indiano, Rabindranath Tagore (Calcutta 1861-1941), si avvicina giovanissimo a Dante e Petrarca, tanto che pubblica un articolo su entrambi nel 1877, all’età di sedici anni, sulla rivista “Bharati”.  Più tardi inserirà in una delle sue poesie – che si presenta come una preghiera – il verso «Dammi la forza di arrendere la mia forza alla tua volontà con amore», prendendo evidentemente spunto dal verso 85 del terzo canto del Paradiso:  «E ‘n la sua volontade è nostra pace».

Del resto, Tagore non è l’unico intellettuale indiano che mostra grande apprezzamento per quel celebre verso del Paradiso. Sri Aurobindo (1872-1950), noto poeta, filosofo e mistico indiano, forse il maggior studioso della Divina Commedia dell’India contemporanea, tratta diffusamente la poesia di Dante nel terzo volume delle sue Lettere sullo yoga, e dice che quel verso «è uno dei più grandi di tutta la letteratura poetica».

Infine merita di essere menzionato lo studioso e poeta bengalese Dinseh Chandra Datta, non solo perché autore pure lui di un sonetto dedicato a Dante, ma anche perché la sua grande ammirazione per il sommo poeta l’ha indotto a tradurre la Bhagavad Gita,[3] dal sanscrito in bengalese, nel metro dantesco della terza rima.[4]

Nonostante l’interesse della cultura indiana per Dante Alighieri, non ci risulta che la Divina Commedia sia stata tradotta nella lingua hindi, che pure è la più diffusa tra le lingue nazionali indiane ed è anche lingua ufficiale dell’Unione. [5]  È stata però tradotta di recente in bengalese (bengali), che – come l’hindi – è una lingua indoeuropea e che è, con i suoi 200 milioni di parlanti, la seconda lingua nazionale più diffusa nel grande paese asiatico.  La traduzione in bengali, in terza rima, è di Shyamalkumar Gangopadhyay ed è stata pubblicata nel 2011 a Nuova Delhi.

La prima traduzione della Divina Commedia in una lingua indiana, tuttavia, non è stata quella in bengali, bensì quella in malayalam, lingua nazionale – di ceppo dravidico – dello stato del Kerala, parlata da circa 33 milioni di persone.  Questa traduzione , in versi, è di Kilimanoor Ramakantan ed è stata pubblicata nel 2001 a Mumbai.

Nell’Asian Library di Mumbai è conservato un prezioso codice miniato della Divina Commedia del sec. XIV. Fonte: Istituto italiano di cultura di Mumbai (cliccare qui).

Per ulteriori notizie sulla traduzione in bengali di Gangopadhyay cliccare qui.

Per ulteriori notizie sulla traduzione in malayalam di Ramakantan cliccare qui.

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Oltre ai punti in cui è citato il fiume Gange, nella Divina Commedia non mancano altri accenni all’India ed agli indiani, in termini tali da farci capire che il sommo poeta, pur avendo ben scarse notizie di quel lontano paese, aveva però due salde convinzioni sulle sue caratteristiche fisiche e climatiche:  1) in India gli alberi sono di un’altezza strabiliante; 2) in India si scoppia letteralmente dal caldo.

Sul primo punto Dante si sofferma nel canto XXXII del Purgatorio (Versi 40-42) quando il poeta, giunto ormai nel paradiso terrestre, si trova di fronte l’albero della scienza del bene e del male, gigantesco e maestoso, tanto che la sua chioma eccelsa – scrive Dante – sarebbe guardata con stupore anche dagli indiani, che pure nei loro boschi hanno alberi altissimi:  «fora da l’Indi / ne’ boschi lor per altezza ammirata».

Sempre nel Purgatorio, ai versi 19-21 del canto XXVI – e veniamo così al secondo punto – Dante racconta del suo incontro con uno dei penitenti del girone dei lussuriosi, il quale gli rivolge una domanda aggiungendo, anche a nome delle anime vicine a lui, che lui e gli altri sono assetati di conoscere la sua risposta più di quanto indiani ed etiopi (appunto per il gran caldo delle loro terre) siano assetati di acqua fresca:  «Né solo a me la tua risposta è uopo; / ché tutti questi n’hanno maggior sete / che d’acqua fredda Indo o Etïopo».

Ma il punto in cui Dante allude più decisamente alla calura eccezionale che caratterizzerebbe il clima dell’India è nel canto XIV dell’Inferno (versi 28-39), dove il poeta descrive il sabbione infuocato (terzo girone del settimo cerchio) nel quale sono puniti i violenti contro Dio, sottoposti a una continua pioggia di fuoco.  Dante paragona questa terribile scena a ciò che capitò un giorno ad Alessandro il Macedone e alle sue truppe – ma è ovviamente una leggenda inattendibile – nelle regioni calde dell’India:  essi videro piovere su di loro fiamme che si posavano a terra senza sfaldarsi, così che la sabbia si accendeva come un legno allo scatto dell’acciarino.  Al che Alessandro Magno aveva ordinato ai suoi uomini di calpestare le falde di fuoco appena cadute sul terreno per spegnerle prima che si estendessero.

Si riportano qui di seguito i versi di Dante sul sabbione infuocato e sulla leggendaria avventura indiana di Alessandro il Macedone:

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:
tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’ esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.

Come di consueto, riportiamo questi stessi versi – alle rispettive pagine web – nella traduzione in bengali di Gangopadhyay   (cliccare qui) e nella traduzione in malayalam di Ramakantan (cliccare qui).

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Secondo la Costituzione indiana le lingue bengali e malayalam sono solo due delle 22 lingue nazionali ufficiali della Federazione. D’altro canto, la lingua inglese, ampiamente utilizzata nelle attività legislativa e giudiziaria, e anche in economia e nelle gestioni aziendali, ha mantenuto lo status speciale di “lingua ufficiale sussidiaria” dell’India. Si tratta, per ragioni storiche, della lingua inglese “della regina”.

Riportiamo quindi, in questa pagina web, i versi di cui sopra anche in una traduzione inglese scelta tra quelle di autore britannico e di periodo postcoloniale:  quella di Geoffrey Bickersteth, che ha insegnato inglese ed altre lingue al Marlborough College e all’Università di Glasgow, e che è uno dei pochissimi che abbiano tradotto la Divina Commedia in inglese in terza rima.  Fatica immane, pari a quella che si è sobbarcato il nostro traduttore bengalese Gangopadhyay, e non dissimile da quella a cui si è sottoposto molti anni prima lo studioso bengalese che tradusse nella sua lingua nazionale, in terzine dantesche, il Bhagavad Gita.

O’er the whole sandy desert, falling slow,
dilated flakes of fire were being rain’d,
as on a windless alp descendeth snow.
Such flames as Alexander, when he attain’d
to those hot parts of Ind, upon his host
saw, even to the ground unbrok’n, descend;
wherefore he bade his troops, ere time were lost,
stamp on the soil, because the ignited air
was easiest quenched, where isolated most.
Just so the eternal heat kept falling there,
whereby, to increase the pain twofold, the sand,
like tinder under steel, was set aflare.

SAREMO GRATI A CHIUNQUE POSSA FORNIRCI INFORMAZIONI SULL’ESISTENZA DI ALTRE TRADUZIONI DELLA DIVINA COMMEDIA IN HINDI E/O IN QUALSIASI ALTRA LINGUA NAZIONALE DELL’UNIONE INDIANA


[1] Nell’antichità lo stretto di Gibilterra era considerato un confine invalicabile oltre il quale era vietato il passaggio a tutti i mortali.  Secondo la mitologia greca fu Eracle (Ercole per la mitologia romana) ad aprire lo stretto di Gibilterra in una delle sue dodici fatiche:  egli separò in due parti (le due colonne d’Ercole) la montagna che sorgeva in quel punto e incise la scritta non plus ultra, equivalente al non oltrepassare della segnaletica moderna. Non a caso, nella ricostruzione dell’ultimo viaggio di Ulisse che Dante ci propone (Inf., XXVI, 106-142), l’eroe e i suoi compagni trovano la morte in un naufragio subito dopo avere oltrepassato le Colonne d’Ercole violando quel divieto.

[2] Il Ramayana e il Mahabharata sono i due grandi capolavori dell’antica letteratura sanscrita, entrambi poemi epici e testi sacri della tradizione induista.

[3] La Bhagavad Gita (“Canto del Beato”) è uno dei capitoli del Mahabharata e consiste in un poema di contenuto religioso di circa 700 versi divisi in 18 canti.

[4] Ghan Shyam Singh, “Fortuna di Dante in India”, in Enciclopedia Dantesca, vol. III, pp. 421-423.

[5] Per un saggio di traduzione dell’incipit dell’Inferno (versi 1-21 del primo canto) nelle lingue hindi e punjabi, gentilmente offerto da Jasvinder Kaur Malhi, cliccare qui.