Primo Levi - Se questo è un uomo - Prima edizione, Ed. De Silva, Torino 1947

Nel 1944 Primo Levi, allora venticinquenne, era lo Häftling (detenuto) numero 174517 del lager di sterminio di Auschwitz.  Riuscì a superare quella prova tremenda e a sopravvivere, per di più mantenendo intatta la propria dignità di uomo, anche perché, essendo lui laureato in chimica, i nazisti lo avevano inserito in un Kommando  (vale a dire un gruppo di lavoro) destinato a operare in un laboratorio per la produzione di gomma sintetica all’interno del campo.

Già due anni dopo la liberazione Primo Levi pubblicava il suo capolavoro, Se questo è un uomo, una cronaca al tempo stesso drammatica e sublime di quel periodo di internamento nell’inferno di Auschwitz, che contiene anche un breve capitolo intitolato “Il canto di Ulisse” dedicato ai versi del canto XXVI dell’Inferno di Dante.

In questo capitolo Levi parla del rapporto che si era instaurato tra lui e Jean, uno studente francese che era il più giovane tra i componenti del Kommando Chimico e che, in quanto tale, era il “Pikolo” del gruppo, cioè quello che doveva occuparsi delle pulizie nelle relative baracche.

Racconta lo scrittore che un giorno lui e Jean erano di corvée per il trasporto del rancio alla baracca del loro Kommando.  Il rancio si ritirava dalle cucine a un chilometro di distanza e bisognava poi tornare con la marmitta di cinquanta chili infilata in due stan­ghe. Lavoro faticoso, che però comportava – spiega Levi – «una gradevole marcia di andata senza carico», anche perché all’andata si poteva fare un giro lungo camminando un’ora senza destare sospetti.  Questa attività, quindi, consentiva a lui e al suo compagno il raro privilegio di avere a disposizione quell’ora di tempo per conversare in relativa tranquillità.

Ebbene, quel giorno Levi aveva improvvisamente scelto di parlare a Jean della Divina Commedia, cercando con fatica di ricordare a memoria il canto di Ulisse… fatti non foste a viver come bruti… e cercando di tradurlo e di spiegarne il senso al suo giovane amico.

Qui la prosa di Primo Levi raggiunge vette di grande poesia.  E il canto dantesco di Ulisse – emblema della  dignità umana che si salva e si fortifica attraverso il desiderio di conoscenza e di libertà – viene anche a rappresentare simbolicamente l’uomo che riesce a non perdere quella dignità e a risollevarsi anche dalla degradazione più profonda, come quella di un campo di sterminio.

Primo Levi, Se questo è un uomo, Capitolo XI [1]

… Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.

… Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: «Quando…»

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere «antica».

E dopo «Quando »? Il nulla. Un buco nella memoria. «Prima che sì Enea la nomasse». Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: «… la pièta Del vecchio padre, né ‘l debito amore Che doveva Penelope far lieta…» sarà poi esatto?

… Ma misi me per l’ alto mare aperto.

Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché «misi me» non è «je me mis», è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.

Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori della trincea. Mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.

«Mare aperto». «Mare aperto». So che rima con «diserto»: «… quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto», ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:

Acciò che l’uom più oltre non si metta.

«Si metta»: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, «e misi me». Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia una osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.

Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho biso­gno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Li miei compagni fec’io sì acuti…

e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo «acuti». Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. «… Lo lume era di sotto della luna» o qualcosa di simile; ma prima?… Nessuna idea, «keine Ahnung» come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.

– Ça ne fait rien, vas-y tout de même.

… Quando mi apparve una montagna, bruna
Per la distanza, e parvemi alta tanto
Che mai veduta
non ne avevo alcuna.

Sì, sì, «alta tanto», non «molto alta», proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano… le mon­tagne… oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!

Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.

Darei la zuppa di oggi per saper saldare «non ne avevo alcuna» col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. Mi danzano per il capo altri versi: «… la terra lagrimosa diede vento…» no, è un’altra cosa. È tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
Alla quarta levar la poppa in suso
E la prora ire in giù, come altrui piacque…

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo «come altrui piacque», prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…

Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. – Kraut und Rüben? – Kraut und Rüben -. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: – Choux et navets. – Káposzta és répak.

Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso.

 


[1] Einaudi editore, Torino 2014, pp. 109-112 (prima edizione 1958).

27 gennaio 1945 - giornata della memoria