Ary (Arij) Scheffer, pittore olandese del periodo romantico, nacque a Dordrecht nel 1795 e morì ad Argenteuil nel 1858.

All’età di sedici anni si trasferì a Parigi con sua madre, dove iniziò la sua carriera nello studio del pittore parigino Pierre-Narcisse Guérin. Fu attivo soprattutto in Francia, paese di cui assunse la cittadinanza nel 1850. Fu pittore di corte durante il regno di Luigi Filippo d’Orléans, ruolo che perse con l’avvento della Seconda Repubblica (1848) e che non volle riacquistare dopo l’avvento del Secondo Impero di Napoleone III (1852).

E’ sepolto nel cimitero di Montmartre. Parigi gli ha dedicato una strada, nei pressi della Torre Eiffel, e Dordrecht, sua città natale, una piazza con una statua commemorativa al centro.

      

 

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Le opere di Ary Scheffer su temi della Divina Commedia sono due. La più celebre, dipinta in più versioni, è dedicata a Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, mentre la seconda rappresenta Dante e Beatrice. In entrambi i casi si tratta di oli su tela.

Ary Scheffer – Francesca da Rimini e Paolo Malatesta incontrano Dante e Virgilio
Riproduciamo qui sotto la versione originale di quest’opera, che fu dipinta per il duca di Orléans nel 1835 ed è custodita alla Wallace Collection di Londra (170 x 230 cm).
Cliccare qui per la versione del 1854 conservata alla Kunsthalle di Amburgo e cliccare qui per quella del 1855 conservata al Louvre di Parigi.

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Ary Scheffer – Dante e Beatrice
L’opera, riprodotta qui sotto, fu dipinta nel 1851 ed è conservata nel Museum of Fine Arts di Boston (100 x 180 cm).

In questa tela l’autore rappresenta ciò che Dante racconta nel Canto I del Paradiso (versi 61-66), quando sta per iniziare la sua visita al regno dei cieli guidata da Beatrice. La luce del sole è sfolgorante come non mai, come se al sole si fosse aggiunto un altro sole:

«E di subito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole adorno».

Ed ecco Beatrice che alza lo sguardo verso quel sole, tenendolo fisso sulle «ruote celesti», mentre Dante fissa lo sguardo su di lei distogliendolo dal cielo:

«Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava: ed io in lei
le luci fissi, di là su remote».

Il dipinto conservato nel museo di Boston è circondato da una cornice risalente con tutta probabilità ai primi anni del Novecento, sulla quale questi sei versi sono trascritti in inglese nella traduzione in prosa di Philip Henry Wicksteed pubblicata a Londra, The Temple Classics, nel 1899:

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