Nelle tre letture che si possono ascoltare in questa pagina, Alessandra Mandese presta la sua voce a Francesca da Rimini sia nei versi danteschi che in due dialoghi con Paolo, tratti dalla tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio. Il sottofondo musicale è tratto dall’omonimo poema sinfonico di Ciajkovskij.  La voce maschile è quella di Giuliano Turone, autore e responsabile del sito Dante Poliglotta.

Le tre letture sono tratte da una mise-en-éspace presentata a Brindisi il 4 giugno 2014 (Francesca da Rimini. Un contributo di Dante e Boccaccio alla lotta contro la violenza sulle donne).

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Dante Alighieri, Inferno, Canto V, Versi 88-142

«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a vui,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me:

«Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.
E caddi come corpo morto cade.

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Gabriele D’Annunzio, Francesca da Rimini, Atto II, Scena III

FRANCESCA. Tornato di Cesena siete?

PAOLO. Tornato di Cesena oggi.

FRANCESCA. Assai lungamente avete dimorato.

PAOLO. Stemmo a oste quaranta dì, con Guido di Monforte, per prendere Cesena e le castella.

FRANCESCA. Assai vi travagliaste. Smagrato siete un poco e impallidito anche un poco, mi sembra.

PAOLO. V’è una febbre autunnale per quei sterpeti lungo il Savio…

FRANCESCA. Siete infermato? Per ciò tremate. E Orabile non vi dà medicina?

PAOLO. La febbre si nutrica di sé stessa. Medicina non chiedo, erba non cerco per sanarmi, sorella.

FRANCESCA. Un’erba per sanare io m’avea nella casa del mio buon padre, Dio l’aiuti! Un’erba io m’avea in quel giardino dove entraste un giorno vestito d’una veste che si chiama frode nel dolce mondo; ma sopra le poneste il piede, senza vederla, e non rinvenne, se bene il vostro piede sia leggiero, signore mio cognato. Non rinvenne, fu morta.

PAOLO. Non la vidi, né seppi dov’io fossi né chi mi conducesse in quel cammino, e non parlai e non udii parola, né varcai limitare, né ruppi impedimento, ma sol vidi una rosa che mi si offerse più viva che il labbro d’una fresca ferita […].

FRANCESCA. Videro gli occhi miei l’alba, l’alba che porta la stella diana, la nutrice del cielo che ci destava per darci il suo latte quando l’ultimo sogno era venuto al piccolo origliere, la videro i miei occhi sopra di me con l’onta e con l’orrore, come un’acqua impura gittata d’improvviso per oltraggio contro un volto che s’alzi anelando di bevere la luce. Videro questo gli occhi miei; vedranno questo finché la notte non li chiuda, la notte che non ha alba, fratello.

PAOLO. Onta e orrore sopra di me! La luce non mi trovò dormente. La pace era fuggita dall’anima di Paolo Malatesta e tornata non è, né tornerà più mai. La pace e l’anima di Paolo Malatesta son per sempre nemiche, in vita e in morte. E tutto fu nemico intorno a me dall’ora che poneste il piede su la soglia senza scampo e ch’io mi trassi indietro con la scorta. Far violenza fu medicina al mio malore, far violenza ed uccidere […].

FRANCESCA. Perdonato da Dio, perdonato quel sangue vi sarà […], ma non il pianto ch’io non piansi, non l’occhio rimasto arido nella prima luce.  Non piansi né so piangere più, fratello!  E il sorso che voi mi deste, al guado della fiumana bella – vi sovviene? – col vostro falso cuore pieno di tradimento e di follìa, fu l’ultimo, fu l’ultimo che tolsemi la sete; e nessun’acqua di poi la sete mi toglie, signore. […]

PAOLO. Francesca, tanto è crudele la vostra rampogna e tanto è dolce che il cuore mi si fende e l’anima mia trista mi si sparge nel suon di vostra voce che è sì strano. L’anima mi si sparge, ogni conoscimento abbandonato, e raccoglierla più mai non vorrò. Come debbo io morire?

FRANCESCA. Come lo schiavo al remo nella galèa che ha nome Disperata, così dovete voi morire; e la memoria di quel sorso che voi mi deste, al guado della fiumana bella, innanzi che giungessimo alle mura del tradimento e della frode, v’arda e vi consumi […].

PAOLO. Sì, questa è l’ora, se voi mi guardate spirare, se mi sollevate il capo da terra con le vostre mani. Che altro potrei da voi avere? Non come lo schiavo al remo voglio io morire. […]

FRANCESCA. Ho visto il mare, il mare eterno, la testimonianza del Signore; e sul mare una vela che il Signore conduce in salvamento. Paolo, fratello in Dio, io faccio un voto, se ci aiuta il Signore misericorde […]. Fratello in Dio, la macchia della frode che hai su l’anima tua, perdonata ti sia con grande amore, e il giudizio divino prova ne faccia […].

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Gabriele D’Annunzio, Francesca da Rimini, Atto III, Scena V

FRANCESCA. Benvenuto, signore mio cognato.

PAOLO. Ecco, sono venuto, avendo udito i suoni, per portarvi il mio saluto, il saluto del mio ritorno.

FRANCESCA. Assai presto siete tornato: con la prima rondine. Le mie donne eran qui che cantavan la ballata per salutare il marzo. Ed era qui anco quel mercatante fiorentino che seguitò la vostra scorta. M’ebbi da lui le vostre novelle.

PAOLO. Di voi novelle mai non m’ebbi laggiù. Nulla più seppi di voi, da quella sera perigliosa che m’offeriste una coppa di vino e mi diceste addio con la buona ventura.

FRANCESCA. Non m’è nella memoria questo, signore. Io ho molto pregato.

PAOLO. Non vi sovviene?

FRANCESCA. Io ho molto pregato.

PAOLO. Io ho molto sofferto. Se è vero che sofferitore vince, io vincere dovrei …

FRANCESCA. Che?

PAOLO. La mia sorte, Francesca.

FRANCESCA. E qui tornato siete?

PAOLO. Vivere voglio.

FRANCESCA. Non più morire?

PAOLO. Ah, vi sovviene della morte imprecata che non mi volle! Almeno questo v’è nella memoria.

FRANCESCA. Paolo, datemi pace! È dolce cosa vivere obliando, almeno un’ora, fuor della tempesta che ci affatica. Non richiamate, prego, l’ombra del tempo in questa fresca luce come quel sorso ch’io m’ebbi al passo della fiumana bella […].

PAOLO. La melodia di primavera odo, che dalle vostre labbra corre, quella che cavalcando pareami udire nel vento della corsa, quando il mio desiderio curvo in arcione avvampava con l’alito la criniera del mio cavallo folle, e l’anima viveva della rapidità come la torcia trasportata, e tutti i suoi pensieri, tranne uno, tranne uno, in dietro si perdevano come faville.

FRANCESCA. Oimé, Paolo, faville sono le vostre parole e non danno tregua. Io vi prego, vi prego che voi mi diate pace sol per quest’ora, mio bello e dolce amico, a fin ch’io possa addormentare in me l’antica pena et obliare il resto, riavere ne’ miei occhi il primo sguardo che s’affisò nel vostro viso sconosciuto […].

PAOLO. Inghirlandata di violette m’appariste ieri a una sosta, in un prato […]. E tutta la campagna era aulente di voi, nel mattino alto. E m’appariste con le viole; e vi tornò sul labbro una parola che da voi fu detta: Perdonato ti sia con grande amore!

FRANCESCA. Tal parola fu detta, e la gioia perfetta se n’attende […].